Tenere un figlio al riparo dal mondo

Faceva caldo per rimanere in città e mi avevano parlato di un laghetto molto suggestivo in un paesino di montagna. Perché non soddisfare questa curiosità?

A parte la strada ricca di tornanti che, per una come me che ha sofferto il mal d’auto fin da piccola, sono un incubo, il panorama era sempre più bello e soprattutto fresco man mano si saliva.

La suggestione di quando si arriva in queste piccole realtà, è la sensazione che il tempo non abbia contaminato la purezza delle cose semplici. Una chiesetta in cima ad una piccola collinetta, prati fioriti, finestre in legno che incorniciano un vaso di geranei di un rosso intenso, tronchi d’albero trasformati in panchine lungo la strada, fontane di pietra e… 1930!

Insomma, sto camminando verso questo laghetto e vedo una scena che mi è piaciuta da morire… Un ragazzino che avrà avuto dieci o undici anni, al volante di un trattore sulle ginocchia del padre, sul fianco opposto la madre e seduta dietro la sorella.

Non era uno di quei trattori moderni, i suoi 30 o più anni avevano sbiadito il rosso della carrozzeria e credo che il motore a pieno regime consentisse di arrivare ad una velocità massima di 30 Km/h! Comunque, la cosa che ho adorato, al di là dell’immagine di una famiglia unita e felice, è stata l’espressione di quel ragazzino… La gioia sembrava gli esplodesse dal petto ed il sorriso era così luminoso e fiero che era impossibile non sorridergli facendogli un segno di approvazione che avrebbe sollecitato ulteriormente il suo ego di piccolo uomo!

Non era la prima volta che vedevo una scena simile. Sono nata e cresciuta in un paese e quell’esplosione di gioia per un qualcosa che l’animo di un bambino vede come “fantasmagorico”, l’ho provata anch’io. Il fatto è che gli anni vissuti in città sbiadiscono certe immagini e le più nitide che sono di tutt’altro genere (purtroppo).

Genitori che trattano e si pongono verso i bambini come fossero dei deficienti. Genitori che si affannano per metterli al riparo da qualsiasi minimo dolore perché un ginocchio sbucciato chissà quali traumi irreparabili potrebbe causare! Non parliamo poi di quei germi fatali dopo che ci si è rotolati in un prato!
Non dimentichiamo poi la cosa più fondamentale… Mai e dico mai dire di no e soprattutto assolutamente mai dimostrare autorità! Sono due cose che avrebbero delle ripercussioni tremende sulla loro fragile psiche quindi, se chiedono l’ennesima merendina, guai negargliela! Anche se a cinque anni pesano come un bambino di dieci! Guai impartire degli ordini o ancora peggio farsi rispettare quando si decide qualcosa!

In merito a quest’ultima cosa, non posso evitare di raccontare una scena che ho visto…

Ero su un sentiero di montagna, quelli ancora in basso, e c’era un padre che aspettava la moglie che venti metri più avanti tentava di convincere la figlioletta a seguirla.

Una bimbetta di quattro/cinque anni che agitava un bastone mentre ribadiva alla madre il suo secco no a quella richiesta!!! Stavo per mettermi a ridere (per non piangere) quando ho sentito le parole di questa povera donna in balia di uno scriciolo. La pregava con voce sottile (il tono deve mantenersi basso anche per non urtare i fragili timpani dei bimbi) “Dai amore, dobbiamo andare, non fare così”. Parole che ovviamente sono state prontamente ascoltate (…). Forse se ci ripasso ora a distanza di una settimana, li trovo ancora lì! Questo non significa che dovesse manifestare aggressività per farsi seguire. Il punto è un altro e chi lo vuole cogliere lo ha già fatto.

Ho un’amica che vive in Spagna, Madrid, ed ha tre figli… Li ha sempre lasciati liberi di fare, correre, cadere e soprattutto esplorare (ovviamente comunque supervisionati). Difficile da credersi, ma sono ancora vivi!!! Sono sopravvissuti ai primi anni di vita e tutti e tre sviluppando un’intelligenza brillante e curiosa!

Non credo che questo testo abbia bisogno di una conclusione ma di una riflessione che, chi è già o sarà genitore, vorrà forse prendersi il tempo di fare.

Istinto primordiale

A chi è capitato di rendersi conto di avere perso tempo? Investito energie in qualcosa che in realtà il nostro istinto ci diceva non andare bene per noi? Chi vi scrive è rimasta sorda per quasi otto anni. Otto anni…

In un minestrone di sconforto, rabbia ed amarezza, ho e sto mettendo insieme tutti i tasselli. Tasselli che non ho voluto vedere o a cui non ho dato l’importanza che in realtà avevano. Tasselli che il mio istinto aveva visto, mi aveva gridato ed io sono rimasta sorda.

Cosa voglio? Voglio dire, gridare e scongiurare di ascoltare il vostro istinto. Quella voce primordiale che cerca di resistere a condizionamenti fasulli che ci bombardano sistematicamente ed in tutto questo rumore, saliamo a piè pari su delle bombe mascherate da verità ma con il tempo… Boooom!

Chi non ha mai sentito o detto la frase “Va dove ti porta il cuore“, titolo di un libro di Susanna Tamaro. Nella sostanza l’ho sempre trovato un bell’invito ma non così semplice nella pratica… La sua stretta applicazione poteva comportare situazioni di sofferenza o scorrettezza nei confronti di terze persone. Ritenevo che ci volesse, indubbiamente una dose di coraggio, ma anche una di menefreghismo/incoscienza. Allo stato attuale delle cose, ho rielaborato questa frase e l’ho guardata da un’angolazione leggermente diversa ma forse più adatta a me ed a persone come me (quelle del tipo “penso, rifletto e ragiono 100 volte prima di fare qualcosa”).

La frase adattata è questa “Resta in silenzio e ascolta il tuo istinto primordiale”. Per “ascolta” non intento solamente il “sentire” ma anche il “fare ciò che dice”. L’istinto primordiale di cui parlo è lo stesso che ad un animale fa presagire il pericolo e lo fa fuggire. Il pericolo che può arrivare da un altro animale, da una situazione, da un’ azione.

Il mio istinto primordiale mi aveva avvisato e a quasi otto anni di distanza, posso dire che avesse ragione.

Non ho vissuto una storia “maledetta”. Era una persona con cui c’erano affinità mentali, rispetto reciproco e libertà ma… Non era l’uomo in grado di darmi il legame in cui sentirmi realizzata. Il mio istinto me lo aveva detto ma ho voluto crederci, insistere, credere a lui, credere alle parole, ascoltare zavorre “educative”. Più passava il tempo è più tutto questo prendeva il sopravvento sull’istinto.

Ho fatto il giro dell’oca ritrovandomi a dare atto al mio istinto. Era stato schietto, sincero e amorevole verso di me. La differenza? Non posso ripercorrere questo giro dell’oca a ritroso.

Non credo serva spiegare. Se tutto questo ha aperto un varco in chi legge, ho raggiunto la mia mission: mettere al servizio di qualcuno otto anni (persi).

Non nascondo che nei momenti di serenità, a cui mi aggrappo con le unghie, mi rendo conto di essere grata per quello che è successo perchè mi ha regalato ciò che dovevo imparare. Mi ha regalato un bagaglio che in futuro mi impedirà di fare altri giri dell’oca.

La condizione dell’amante e il suo codice etico

Premetto che questo articolo non vuole offendere la sensibilità di nessuno. E’ uno scritto fine a se stesso e come tale va preso e messo via.

Una volta una mia amica espresse tutta la sua disapprovazione nei confronti delle donne che fanno le amanti. Le mancava il cappello in testa per sembrare uno di quei predicatori che in pubblica piazza posizionato il loro sgabellino e, salendoci in piedi, si mettono a pontificare su cosa sia disdicevole e cosa no!

Come potevo dirle che proprio in quel periodo stavo vivendo una condizione di amante… Mi avrebbe messa al rogo!

Se fosse stata una persona meno bacchettona mi sarei sentita libera di dirle, senza ipocrisia, che era ciò che stavo vivendo. Avevo perfino redatto nella mia testa un codice etico! Sì, anche queste orribili persone possono avere un codice etico! Ma andiamo per ordine…

Ci sono anche dei vantaggi… Essere sempre libera di fare e muoverti senza dovere necessariamente rendere conto. Non hai nemmeno qualcuno in diritto di obiettare

Quando ci si vede è un concentrato di passione, di parole, di attesa nutrita, di mani impazienti di toccare, labbra desiderose di un calore che è mancato come l’aria. Fantasie coltivate nell’illecito, nel segreto. Quella foga legata alla limitazione del tempo…

Si arriva a provare quella sensazione che ti fa percepire un contatto dell’altro anche senza che sia fisicamente presente. Lo paragoni a quando in passato ti è capitato di essere seduto a dieci cm dal tuo fidanzato ma nella realtà quei cm erano anni luce!

Egoisticamente hai già qualcuno che lo controlla e avere un rapporto con te esclude in alta percentuale che possa cercare ulteriormente altrove! (Fatto salvo di un dono dell’ubiquità)

Le frivolezze non trovano tempo e nemmeno i pensieri negativi perchè il tempo deve essere investito in leggerezza

Ovviamente quanto sopra esiste finchè non si insinua quella cosa che si potrebbe definire “senso della proprietà”. Finchè non arriva quella giornata di latente noia in cui sorge la domanda sul perché, visto che ti vuole così tanto, visto che state così bene assieme, non possa essere tuo.
Ecco, l’inizio della fine! Da questo momento l’idillio morirà lentamente e prenderanno il suo posto giornate di tristezza. Momenti che, per un’inspiegabile masochismo, saranno quasi piacevoli perché quanto più è grande lo “strazio”, quanto più è grande la misura del sentimento.

Iniziano qui gli incontri in cui sgorgano a fiotti lacrime versate per l’ingiustizia di quel destino crudele che non vi ha fatti incontrare prima. Il senso di colpa dominerà, l’impotenza di fronte ad una situazione che sembra essere senza uscita, quasi insopportabile. (Più avanti scriverò anche dell’uomo e della sua capacità di decisione in queste situazioni)

Perché l’essere umano prima o poi diventa autodistruttivo? Forse perché guarda così tanti film o telenovele?

Confesso che la “brutta persona” che sta scrivendo ricorda con nostalgia quel periodo di profondo amore e si pente di avere rovinato tutto. Non ho rovinato tutto per quanto sopra ma perché sono scappata quando ho visto che lui non era più in grado di gestire la situazione. Ma questa è un’altra storia…

Veniamo al codice etico… Lo so, accostare la condizione di amante ad un codice etico può fare inorridire i benpensanti ma non siate pregiudizievoli.

·        Mai parlare della moglie, ma se te ne parla lui ascolta senza commentare e se un commento è necessario non deve sfociare in critica verso di lei.

·        Non fare domande e non essere curiosa rispetto a pregi o difetti della moglie

·        Se ti capita (e capiterà) che lui ti presenti un amico, non permettere a quest’ultimo di parlare con te della moglie

·        Vivi le cose con serenità e non metterlo mai nella condizione di scegliere.  Se lo vuole fare lo farà indipendentemente da un out-out e se la situazione diventa più una sofferenza che una gioia, dattela a gambe levate. Se vuole seguirti lo farà e se non lo farà l’unica differenza è che saranno giorni di agonia risparmiati.

Ecco, il codice etico in cui paradossalmente la moglie viene rispettata. In cui, se dovesse scoprire tutto, saprai di averle risparmiato il disagio di immaginare le volte in cui è stata ignaro argomento di conversazione. In una sorta di risarcimento morale, può contare almeno sul fatto che la donna che più sta odiando non conosce nulla di lei.

Bene, cara amica che un tempo ti arruolasti nell’esercito della santa inquisizione, ho saputo che hai fatto l’amante e che del codice etico non hai rispettato nemmeno un punto.

La responsabilità di creare una Buona scuola

Non è possibile vedere studenti che arrivano all’università senza sapere che “sto” va senza accento! Ci dispiace tanto, ma “proprio” ha due erre!

Anni fa ho dato una mano nel bar di un mio amico. Bene, la ragazza che aveva appena assunto non era in grado di dare il resto… Se il conto era di 7,00 euro e il cliente gliene dava 12,00, non era in grado né di capirne il motivo né di conseguenza arrivare a dare i 5,00 euro di resto! La cosa è pazzesca perché era appena uscita da una scuola ad indirizzo tecnico/commerciale con un voto alto.

Vogliamo poi parlare dell’inesorabile estinzione del condizionale?

La responsabilità è della scuola ma ancora più dell’insegnante. Dove sono finiti i maestri di una volta? Quelli che non frequentavano anni di studio ma che crescevano generazioni di ragazzini insegnando loro a “far di conto” senza l’ausilio di una calcolatrice?

Dove sono gli insegnanti che riuscivano a farsi rispettare? Quelli che non temevano di fermare l’avanzata di chi proprio non ci arrivava? Non facciamo gli ipocriti, in una classe c’è chi è più portato allo studio e chi meno, ma non significa che per questi ultimi la vita sia finita! A loro appartiene sicuramente una manualità che nei “secchioni” deficita e il loro mestiere sarà quello di un abile artigiano!

Genitori troppo ambiziosi non si rendono conto di avere la responsabilità di mettere a repentaglio il futuro lavorativo dei loro figli; li vogliono per forza avvocati o dottori o ingegneri ma… Non è possibile! Si devono ficcare in testa che se il loro figlio non è portato per lo studio, non è una malattia orribile di cui vergognarsi. I loro occhi accecati dall’ambizione, non vedono quale magnifico falegname hanno davanti!

Avevo uno zio che insegnava alle superiori matematica e fisica. Un grande uomo ed un grande professore (ovviamente a detta dei suoi ex studenti). Non nascondo che metteva un po’ di soggezione anche a me quando mi dava lezioni ma… Quello che mi ha insegnato lo ricordo ancora oggi.

Un giorno mi raccontò di una sua studentessa.
In prima liceo venne bocciata, ripetè l’anno con estremo impegno e venne promossa.
Nel secondo anno mio zio vedeva quanto questa ragazza studiasse e cercasse di stare al passo ma lo sforzo non dava i risultati che si sarebbe meritata. Alle udienze di quadrimestre disse alla madre della ragazza una cosa semplicissima e cioè che per quanto fosse ammirevole l’impegno della figlia, quella non era la strada per lei. Aggiunse che in città c’era un ottimo istituto professionale il quale, “checchè se ne dica” (parole testuali di mio zio), offriva un’ottimo percorso formativo.

Bene, la ragazza lasciò il liceo e si iscrisse alla scuola professionale per parrucchieri e, passato un po’ di tempo, andò a ringraziare mio zio. Finiti gli studi andò a lavorare come dipendente e dopo qualche anno aprì un salone nel suo paese.

Con questa storia voglio dire che il buon insegnante non è quello che promuove tutti, ma quello che ha l’onestà di fermare chi ha bisogno di ripetere l’anno. La coscienza di non illudere che tutti possano affrontare un percorso da ingegneri, medici o avvocati!

Prima di questo ci deve essere anche un altro paio di elementi: la passione e la capacità di insegnare. Anche questa è una vocazione e se non la si possiede è meglio ammetterlo a se stessi per non fare danni.

L’insegnante, fin dall’asilo, ha una grossa responsabilità ed ancora più alle elementari perché è lì che vengono gettate le basi.

Poniamo l’esempio di un bambino che ha la sfortuna di essere affidato ad un insegnante che non ha capito la matematica o che non è in grado di spiegare l’uso dei verbi. Queste gravi le farà sue e più tempo passerà e più sarà difficile colmarle.

Un insegnante dovrebbe cercare di trasmettere l’amore per la lettura, la curiosità per chiedere e la caparbietà di volere capire.Mio zio mi diceva di essere contento quando un alunno gli faceva domande perché non aveva capito e più ne poneva e più per lui era un buon allievo!

Alle superiori avevo una professoressa che era infastidita dalle domande e dopo anni ne ho compreso il motivo… Non sapeva rispondere. Non era in grado di farlo perché non aveva lei per prima compreso l’argomento! Nessuno le faceva più domande ma nessuno la ricorda con stima.

Per ultimo, ma non di minore importanza, l’insegnate deve avere alle spalle l’istituzione “Scuola” che DEVE fornirgli gli strumenti per svolgere al meglio il proprio lavoro e questo non comprende solo il materiale didattico ma anche un supporto morale. L’insegnante deve sapere che se prende dei giusti provvedimenti verso un suo studente, questi ultimi non si ritorceranno contro di lui. Deve sapere di essere supportato ed ascoltato nel caso avesse delle segnalazioni da fare.

Non si può né si deve aprire le porte della Scuola all’omertà.

 

 

Rialzarsi come un bambino che impara a camminare

A volte ci si potrebbe paragonare ad un bambino che sta imparando a camminare. Seduto a terra, piega una gambetta, poi l’altra, fino a trovarsi nella stessa posizione dell’aereo quando sta per decollare. Una spinta e su! Ma poi l’equilibrio non è ancora stabile e allora giù di nuovo con un bel colpo al sedere…

Mi sento esattamente così. Tentando di superare un momento difficile, piego una gamba, poi l’altra, prendo lo slancio, mi alzo e poi succede qualcosa che mi fa ritornare a terra. A differenza di quando si è bambini, non ci sono le braccia amorevoli della mamma a sorreggerti, la sua voce ad incitarti, il suo sorriso fiducioso. Ci sei tu.

Dovremmo essere noi la nostra mamma. Noi le braccia per sorreggerci, noi la voce che ci incita, noi il sorriso pieno di fiducia.

Sto leggendo un libro che dice appunto questo ma, cosa strana, la sto comprendendo a fondo solo ora mentre scrivo. Cercare le forze e la felicità fuori da noi, ci può portare solo ad un equilibrio instabile perchè questi due fattori dipendono da altri.

Non è semplice pensare di essere finalmente riusciti a rialzarci e poi invece qualcosa ci ributta giù. Ci fa rendere conto di quanto siamo ancora vulnerabili, di quanto basti una cazzata per farci perdere l’equilibrio… E’ in questo momento che dobbiamo andare oltre lo sconforto e vedere le nostre braccia di nuovo tese a dirci di riprovare, sentire la nostra voce incitarci e dirci che andrà tutto bene, vederci sorridere perchè è così, andrà tutto bene.

Mentre scrivo immagino mia madre mentre mi conforta e il mio papà che mi protegge come quando ero bambina e mi salgono le lacrime.

Ora è questo quello che sono. Una bambina che tenta di rialzarsi. E’ umano cercare aiuto da qualcuno di esterno. Ma nessuno di loro potrà essere così TUTTO come noi per noi stessi.

Il libro che sto leggendo si intitola “L’addestramento della dea guerriera“. Mi avevano consigliato “Il risveglio della dea” ma nell’immediato ho dovuto ripiegare su questo. Sì, lo so. Qualcuno penserà “i soliti libri new age” o similari, ma niente arriva per caso. Nemmeno i libri. Non sostengo risolvano le cose o diano risposte. Alle risposte ci si arriva da soli ma nel mio caso mi ha condotto a delle risposte, a pormi anche (o soprattutto) delle domande.

Ad un certo punto c’è una sorta di volontà o consapevolezza che si debba intraprendere un percorso. Anzi, non che si debba, ma che sia ora… E’ quasi automatico. Ti trovi a varcare la linea di partenza senza quasi rendertene conto. Individuale la decisione se proseguire…

Quando l’altro se la cava troppo liscia

Ammettiamolo… Qual è la cosa che più ci sta sulle palle quando una storia finisce? E’ vedere che l’altro se la cava troppo liscia, vedere che la sua vita va avanti tranquillamente.

Ovviamente dipende dalle situazioni, ma come in tutte le cose ciò che fa la differenza è il modus operandi. Le storie possono finire ed è inutile dare colpe o struggersi, ma tutto dipende da come le due parti si comportano quando si arriva al fotofinish. Puoi accettare la fine ed anzi esserne in un certo modo grato, ma l’entità della ferita la dà il comportamento della persona con cui si sono condivisi giorni, mesi o anni.

Credo ci voglia sempre una certa correttezza ed onestà intellettuale che determinerà poi lo stato delle cose. Se la persona che non ha dimostrato questi due punti prosegue in tranquillità la propria vita, pensi due cose. La prima che non è dotata di coscienza e la seconda che se l’è cavata troppo liscia.

Sì, non facciamo gli ipocriti, non è giusto. Dovrebbe come minimo chiudersi in casa senza nemmeno guardarsi allo specchio e stare male, contorcersi per ogni singolo centimetro della ferita che ha inferto. Lo so, non è un pensiero “cristiano” ma sticazzi!

Comportarsi con un certo stile anche in una condizione di poca serenità, non è facile, ma per cosa si diventa adulti a fare? Prima di nascondersi o fare gli struzzi, ci si dovrebbe fermare e ricordare verso chi si sta mettendo in atto questo atteggiamento. Solo il fatto che sia la persona con cui hai condiviso parte della tua vita, dovrebbe fare desistere…

Spesse volte non è così… Perchè prendere la via più semplice è… Più semplice!

Ma arriverà un momento in cui quello che hanno sempre abilmente evitato li travolgerà e non potranno salvarsi da un’onda che l’altro ha già affrontato e da cui è risalito molto prima. Ecco dove sta il riscatto. In quest’onda che prima o dopo arriva e più è il tempo in cui la si è ignorata e maggiore sarà la sua forza. Auguri!

E’ importante e fondamentale ascoltare se stessi

Ascoltare se stessi è importante ma non solo quale sano atteggiamento ma anche perchè non possiamo pensare che gli altri lo facciano se noi per primi non lo facciamo.

Credo che ad ognuno di noi sia capitato di lamentarsi per non essere ascoltato ma, se ci si ferma un attimo, ci si stupirà delle volte in cui non lo abbiamo fatto per primi verso noi stessi. La famosa vocina che più o meno timidamente ci arriva dall’interno.

La cosa a cui fare attenzione è di non confondere la svogliatezza con la vocina. Cose che non vorremmo fare perchè è più comodo stare sul divano, situazioni che non intendiamo affrontare per paura o perchè è più semplice nascondersi.

Questo non è ascoltare se stessi ma dare retta a tutta una serie di pensieri che nulla c’entrano.

Il momento che sto passando è fatto di una lista lunghissima di momenti in cui non mi sono ascoltata. Nella mia relazione ho cercato di mandare mille messaggi finalizzati a fare capire ciò che non andava bene, ciò che avrei voluto. La realtà è che ero io a non ascoltare ciò che avrei voluto e gli anni sono trascorsi.

Non ho voluto ascoltare quello che ad un certo punto anche il mio corpo mi comunicava. E’ arrivato il momento in cui ho avuto la febbre otto volte in un inverno. Il dolore che mi scendeva da un lato del collo non se ne voleva andare. Un’infiammazione si ripresentava nonostante mettessi in atto tutti i protocolli e cure del caso.

Il risultato del non aver ascoltato me stessa è stato l’imboccare una strada che mi stava consumando con l’aggiunta della frustrazione nel vedere che dall’altra parte certi segnali non venivano visti/ascoltati. Per forza! Ero la prima a non farlo!

Ora ho raggiunto la consapevolezza di quanto sia importante prendersi il tempo, in silenzio, di ascoltarci nel profondo. Quando non ci sentiamo sereni, è fondamentale capire cosa ci privi della serenità. Capire se la causa sia una semplice “oscillazione umorale” oppure se sia dovuta a qualcosa che facciamo ma da cui in realtà vorremmo uscire. Qualcosa da cui il nostro Essere ci dice di prendere le distanze.

L’unica persona che ci indica la via per vivere a pieno e serenamente, siano noi.