Quando il punto di vista è diverso

Oggi ero al telefono con il mio fidanzato e mi diceva che in pausa pranzo si era messo alla ricerca di una cassa bluetooth, quelle della grandezza di un cordless che puoi collegare al cellulare per ascoltare musica o utilizzare come vivavoce in una conversazione telefonica. Ma ecco il punto.

Quest’ultima funzione la trovava la soluzione al fatto di non “appoggiarlo” sullo scolapiatti quando ci sentivamo, né farmi venire il torcicollo con il telefono appoggiato sulla spalla mentre sono intenta a fare anche altro.

La frase che mi ha detto è stata: “Vedi? Con pochi euro risolvo il “problema” di non sentire bene se mi appoggi sullo scolapiatti o di chiudere la conversazione perché stai facendo altro”.

La considerazione che ho fatto dopo che mi ha detto questa cosa, è stata che un altro poteva dire “Guarda cosa mi tocca fare per…”. La stessa identica cosa presa in due maniere totalmente opposte!

E se prima di sbuffare ci fermassimo per voltarci e osservare un diverso punto di vista? Tua moglie ti chiama per chiederti di fermarti a prendere il pane. Sbuffi non ne hai voglia. E se invece le rispondessi subito di sì? La faresti contenta pensando che marito disponibile abbia, potresti anche prendere una brioches che vi mangerete a colazione la mattina dopo e magari scopri pure che in quel panificio vendono una qualità di pane di cui non conoscevi l’esistenza e che scopri piacerti un sacco! Oppure la commessa era una tua vecchia compagna di scuola che ti farà piacere rivedere.

Tuo marito lascia in giro i calzini nonostante tu glielo abbia detto cento volte. Ti incazzi per l’ennesima volta. Per questa cosa vi regalo la tecnica che adotto io… Mettete quello che lascia in giro nella tasca di una delle giacche che abitualmente usa e quando la indosserà si accorgerà che qualcosa pesa… Vi assicuro che si farà una risata e ve la farete anche voi! Non so se poi smetterà di lasciare in giro le cose ma almeno l’incazzatura è sostituita con una risata!

Se per carattere non abbiamo da subito il punto di vista più leggero, nulla impedisce di adottare una nuova filosofia e, come per tutte le cose, quando si ha la dimostrazione che un atteggiamento nuovo porta situazioni ed emozioni positive, diventa come nello sport: più ti alleni e più diventi bravo. Più vedi che ti porta beneficio e più lo pratichi.

Le filosofie di vita non sono soggette a copyright, copiatele senza paura!

Genitori ad ogni costo. E’ giusto?

Genitori ad ogni costo… Perché?

Premetto che la mia è una semplice analisi che non intende puntare il dito contro nessuno.

Il progresso scientifico ha indubbiamente permesso di raggiungere degli obiettivi o, nel caso specifico, desideri che altrimenti non sarebbe stato possibile realizzare. Ma come per ogni cosa sono convinta si debbano rispettare dei limiti…

Un desiderio non deve sfociare in ossessione. Le ossessioni rendono ciechi e rischiano di rovinare dell’altro; mi riferisco ad esempio al rapporto di coppia. La donna è notoriamente più caparbia e rischia di coinvolgere il proprio compagno in una situazione di stress eccessivo. Mi spiego facendo un esempio.

Conosco una coppia che, come è naturale, ad un certo punto voleva completare e sigillare la loro unione con un figlio. Dopo vari tentativi questa benedizione non arrivava ed allora hanno deciso di intraprendere una strada diversa rivolgendosi a degli specialisti. Il primo step è stata una semplice cura ormonale a cui lei si è sottoposta ma non è andata a buon fine. Secondo step l’inseminazione artificiale ma purtroppo nemmeno questa ha dato il risultato sperato. Raggiunto il limite massimo di tentativi consentiti in Italia, sono volati in Spagna. Nulla di fatto.

In questo lasso di tempo sono passati attraverso sbalzi d’umore di lei a causa delle cure e momenti di profondo sconforto ad ogni tentativo fallito. Tutto questo ha inevitabilmente portato un alto livello di stress all’interno della coppia dove non c’era spazio per altro se non per quella che, sì, era ormai diventata un’ossessione che li aveva anche allontanati dal loro giro di amici perché, ad esempio, ogni volta che un’altra coppia annunciava di stare aspettando un figlio o più semplicemente parlava dei figli che già avevano, lei cadeva in una profonda crisi. Iniziarono anche le liti motivate solo dalla paura che lui l’avrebbe lasciata perché non poteva dargli un figlio e la cosa continuò così per diverso tempo finchè la rottura è inevitabilmente arrivata.

La riflessione che faccio parte da un concetto di “accettazione” e guardo indietro ricordando i miei nonni che di fronte ad eventi che non lasciavano spazio a spiegazioni razionali, accettavano quanto accaduto attribuendolo alla volontà di Dio. Non fermiamoci al puro significato religioso che è in qualsiasi caso soggettivo, ma al fatto che ad un certo punto è necessario mettere uno stop e guardare avanti. Un episodio, un accadimento o il mancato raggiungimento di uno scopo, non può e non deve annullare un individuo.

Quante donne o uomini nella storia non hanno potuto avere figli? Tutti questi mezzi che ci mettono a disposizione, non rischiano di essere a discapito della nostra serenità? Dove sta scritto che per essere delle persone complete o felici o “normali”, si deve necessariamente avere un figlio?

L’essere umano rischia di essere sempre più in preda a deliri di onnipotenza ma, per fortuna dico io, la natura ci dà una lezione di umiltà rispetto a questo.

Se un uomo non è in grado di fornire alla propria compagna i mezzi per concepire, sarà quest’ultima a decidere cosa fare. Ne ha la facoltà senza per questo sentirsi od essere colpevolizzata da qualsiasi scelta potrà fare. Se una donna viene lasciata perché non può avere dei figli, si vede che lui non era la persona giusta e anche in questo caso nessuno va colpevolizzato. Dopo qualche tempo lei incontrerà certamente un uomo a cui non interessa procreare ma con cui girerà il mondo in barca a vela!

Quello che voglio dire è che ad un certo punto bisogna fermarsi e valutare dove ci sta portando un desiderio, valutare fin dove vale la pena spingersi e, permettetemi, accertare anche che, dietro, non si celi dell’egoismo…

Se deve essere sarà e se non sarà si vede che il mio percorso è fatto di altro.

Testimoniare il segno lasciato da un’esistenza

Oggi quando sono arrivata a casa, sono come al solito salita a salutare mia madre. Ci siamo raccontate le rispettive giornate e nella sua c’è stata anche la partecipazione ad un funerale. Mi ha detto che c’erano solamente una ventina di persone.

Abitiamo in un paese e quindi una di quelle realtà in cui si presuppone vi sia ancora quel senso di comunità più intimo rispetto ad una città. Un maggiore senso di partecipazione dato dal fatto che ci si conosce un pò tutti e per questo mi ha stupito sapere che a dare l’ultimo saluto a questa signora, fossero così in pochi.

Quando mia madre mi ha raccontato questa cosa, ha detto che in quella giornata in cui era particolarmente indaffarata, ha scelto di essere comunque presente per dare testimonianza del ricordo lasciato, perchè trovava giusto e doveroso non lasciare che questo triste evento passasse in sordina agli occhi dei parenti.

Della signora che stavano salutando per l’ultima volta, aveva ricordi fatti di gesti gentili, disponibilità, cordialità ed impegno ed espresse la sua convinzione di quanto fosse importante partecipare a queste cerimonie. Il suo sguardo di disappunto misto a tristezza, mi ha fatto sentire piccola.

Anch’io ero una di quelle persone che preferiva evitare di andare ai funerali. Una di quelle che ha sempre un’ottima scusa che pulisce la coscienza.

Ho ripensato al funerale di mio padre. Ho pensato a tutte le persone presenti e quanto questo mi abbia dato conforto perchè dimostrava che non ero la sola ad essere colpita dalla sua perdita. Mi dimostrava che aveva lasciato un segno in tante persone.

Come mi sarei sentita se i presenti fossero stati pochi? Cosa penserei se al mio di funerale vedessi poche persone? Penserei di non avere trasmesso nulla di importante, di non avere lasciato traccia…

E’ una riflessione che invito a fare. Seriamente.

Ho promesso a me stessa che non troverò più scuse. Nulla deve e può essere più importante dell’aspetto umano nei rapporti. Ogni esistenza ha bisogno di una testimonianza rispetto al segno lasciato nelle persone lungo il suo cammino.

Come la scia che una lumaca lascia dietro di sè.

Sorprendere per quello che si è

Quanto tempo impieghiamo pensando a come fare per conquistare la persona che ci piace, il nostro capo, i nostri colleghi, i vicini di casa, i nostri amici…?

Avete mai pensato alle volte in cui da soli, stesi a letto o comodamente sprofondati nei divani, ci passiamo sotto i raggi X scrutando tutto ciò che secondo noi dovremmo cambiare o migliorare del nostro aspetto? Troppo grassi, troppo magri, naso piccolo, naso grosso, alti, bassi, dita magre, cicciotte, capelli dritti, ricci.

A seguire si passa al carattere. Troppo introversi, troppo estroversi, simpatici, antipatici, brillanti, timidi, diretti, accondiscendenti, tranquilli, scorbutici.

Entrambe le liste potrebbero essere quasi infinite ma una cosa accomuna entrambe. Il paragone. Tutto l’elenco è fatto di un “dovrei o vorrei essere magro come”, “simpatico come”, “tranquillo come”, “le dita come”, “i capelli come”.

L’esempio a testimonianza di questo è molto semplice. Le persone solitamente entrano dal parrucchiere dicendo di volere i capelli come quell’attore o personaggio pubblico. Stessa cosa con il chirurgo estetico: “voglio le labbra come”, “voglio il naso come”.

Partendo dal giusto presupposto che migliorare o meglio valorizzare e crescere a livello personale è un atto quasi dovuto verso se stessi, non va invece bene intraprendere questa critica verso se stessi e soprattutto se frutto di paragoni!

E’ fondamentale capire che il vero segreto, ciò che è reale e specialmente duraturo nel tempo, è SORPRENDERE PER CIO’ CHE SI E’. Impiegare il tempo a vedere difetti che in realtà sono caratteristiche, altro non fa che inaridire e rendere ciechi (oltre che perdere tempo).

Le persone che sorprenderete per come siete e per il vostro modo di essere, vi porteranno nel cuore sempre!

Ad un figlio insegnerei la cosa più preziosa per se stesso

Ad un figlio insegnerei che la libertà è la cosa più preziosa non solo da avere ma anche da regalare.

Gli insegnerei che essere liberi significa scegliere la strada che non lo renderà schiavo o debitore verso nessuno anche se, quasi sicuramente, questa sarà la meno semplice.

Essere liberi significa non accettare nulla che poi lo legherà inevitabilmente al suo “donatore”. Raggiungere gli obiettivi contando sulle proprie forze acquisirà un valore aggiunto. Se nel percorso ci sarà chi offrirà una scorciatoia, che ringrazi per l’offerta ricevuta ma prosegua dritto mettendoci anche più tempo. Di questo tempo verrà ripagato acquisendo un bagaglio personale fatto di crescita.

Essere liberi significa dare una mano con la consapevolezza che questo possa non essere ricordato. Se non siamo a questo mondo per aiutarci l’un l’altro, l’essere umano non può progredire nella sua essenza.

Essere liberi significa avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità in modo da non avere nessun rimprovero in questo senso. Questo permette di camminare a testa alta senza abbassare lo sguardo per il senso di colpa.

Essere liberi significa seguire la propria coscienza: quando nasciamo è pura e contiene già tutte le informazioni rispetto a ciò che è buono e ciò che non lo è. Ogni volta che la mettiamo a tacere per comodità, non facciamo altro che macchiarla e le cose sporche non piacciono a nessuno.

Essere liberi significa non nascondere niente a se stessi e non mentire mai a se stessi perché questo porterà la perdita della propria identità.

Essere liberi significa riconoscerne il valore e appunto per questo non è ammissibile togliere o limitare la libertà ad un’altra persona. I nostri timori non devono essere riversati sugli altri con la pretesa che debbano essere loro a placarli. Le nostre passioni non devono limitare i movimenti degli altri né tantomeno dobbiamo permettere che una persona ci si adegui.

Essere liberi significa non essere dipendenti da nulla, non farsi condizionare da elementi esterni o da ciò che qualcuno ci dice essere giusto. Un elemento materiale non rappresenta una persona perché questo lo fanno solo ed esclusivamente le azioni.

I condizionamenti sono la peggiore forma di schiavitù.

Libertà è essere curiosi verso tutto, libertà è leggere, libertà è informarsi, libertà è condividere e ascoltare idee diverse.

Libertà è trovarsi da soli e stare BENE.

Lo scarica barile è uno sport con medaglie sporche

Una cosa che mi capita spesso e purtroppo anche (o soprattutto) in ambito lavorativo, è notare quanto in troppi siano avvezzi ad allenarsi in uno sport chiamato “scarica barile”.

Vorrei tanto vedere persone che si assumono la responsabilità di quanto dicono e soprattutto degli errori che commettono. Qualcuno dovrebbe informarli che non è un qualcosa per cui si rischia la morte…

Risulta più facile scaricare le responsabilità sugli altri e, tendenzialmente, questi “altri”, sono assenti! Oppure hanno un ruolo che non permette loro di difendersi se non rischiando di rimetterci e basta.

Come si sentono questi codardi? Perché è di questo che si tratta. Si comportano come nulla fosse perché sono così allenati, da non sentire il minimo peso morale!

Perdono però qualcosa che per un essere umano dovrebbe essere più che prezioso: la credibilità.

Nel frangente specifico riescono a cavarsela lasciando intaccata l’idea di perfezione che vogliono dare ma, più perpetueranno questo atteggiamento, e più cadranno in basso. Accadrà che ad un varco li aspetterà un cassiere con un conto proporzionalmente salato.

Vi racconto cosa è successo a me.

Non posso scendere nei particolari anche se mi piacerebbe perché è stata una situazione che mi ha profondamente ferita e che ancora mi pesa dentro…

Dunque, mi accorgo che qualcosa non va in una fornitura e lo segnalo al mio capo che fa poco o niente in merito. A distanza di poco tempo, la cosa salta all’occhio di chi invece è intenzionato a fare chiarezza e infatti chiede, in sede di cda, che si proceda al più presto con l’inventario.

La persona addetta e responsabile della merce fin da subito si dimostra ostica verso questa operazione ma non riesce ad evitarla. A supporto di questa operazione, mi reco anch’io sul posto per inserire i dati nel pc.

Passato del tempo viene convocato un cda. Nel corso di quest’ultimo, quando uno dei presenti chiede conto dell’inventario, il magazziniere (che chiameremo “lo stronzo”), salta in piedi ed inizia a farneticare che io non ero autorizzata a spostarmi dall’ufficio per andare ad inserire i dati. Il mio capo (per fortuna ex), conferma questa sua versione!

Io ero ovviamente assente e sono stata informata della cosa al telefono… Per una persona che si dedica da sempre al lavoro con passione e CORRETTEZZA, sentirsi muovere un’accusa simile solo per sviare il discorso, macchiando così il lavoro e l’impegno di anni, è una sensazione indescrivibile… Mi è caduto il mondo addosso.

Mi sentivo impotente, avevo una rabbia dentro che sapevo di non potere sfogare nell’immediato.

Ho passato giorni orribili ma sono riuscita a fare mettere nero su bianco al mio ex capo che quella che aveva detto era una bugia ma… Ma purtroppo, sono in pochi quelli ad avere il quadro completo e chiaro della situazione e “lo stronzo” non ha pagato ancora abbastanza il male che ha causato.

Se avesse fin da subito ammesso di avere fatto un, chiamiamolo errore, la cosa si sarebbe chiusa lì. Invece no. E’ stato più semplice divincolarsi spostando l’attenzione con un’infamia verso di me.

Mi rendo conto di non averla ancora superata per l’impeto con cui sto scrivendo, ma prima o poi arriverà il momento in cui potrò lasciare andare questa cosa.

Comunque! Non perdiamo il filo del discorso…

Il punto è che ammettere uno sbaglio o assumersi la paternità delle parole che si sono dette, non deve e non può essere una dote in via d’estinzione.

Noto che, in ruoli di potere, la donna è maggiormente in grado di fare questa cosa rispetto all’uomo; possiede ancora una moralità o una coscienza che l’uomo ha perso per strada e probabilmente perché alle spalle ci sono centinaia di anni in cui ruoli di potere erano riservati solo a loro.

Cosa farebbero questi uomini se la vittima di questo “sport” fosse un loro figlio o nipote?

Si renderanno prima o poi conto di quanto sia meschino questo atteggiamento?

Riescono ad avere coscienza, anzi una porta sulla loro coscienza prima di aprire quella della codardia?

Questo è progresso? Beh, meglio che regrediscano un po’ e ritrovino ciò che significa essere “UOMINI E NON CAPORALI”.

Quanto è facile perdere il centro di sè?

Quanto è facile perdere il centro di sé? Magari non se ne prende coscienza subito…
Può essere come una corrente apparentemente innocua ma che alla fine ci porta al largo. Oppure può essere un uragano che invece ci rende immediatamente coscienti di ciò che ci sta accadendo.

La vera fregatura sono i sentimenti e vi confesso che stavo per scrivere che, proprio per questo, ad essere più esposte sono le donne, ma non è vero… Non è così perché tante volte l’uomo risulta essere più vulnerabile quando la loro parte razionale e pratica non è d’aiuto nel trovare la soluzione. Per natura non sono portati ad esplorare ambiti spirituali che la società attribuisce come più adeguati al mondo femminile e con cui invece potrebbero arricchirsi.

I preconcetti o il fatto di avere incasellato determinati stereotipi suddividendoli in ambiti femminili o maschili, sono una zavorra che non fa altro che tenere l’essere umano relegato nel proprio recinto.

Le zavorre altro non fanno che creare limiti ed impediscono la capacità di ascoltarsi.

Parlo di millenni di storia in cui è andato perso un contatto profondo con la nostra essenza.  Questo è qualcosa che ha penalizzato principalmente l’uomo inteso come maschio, mentre alla donna è stato forse lasciato campo libero traendone un immenso vantaggio.

Immaginiamo di essere in libreria e vedere una donna che sfoglia un libro che parla di “legge dell’attrazione”. Non è così strano, ma, vedere un uomo che fa lo stesso stupisce. Siamo noi donne per prime a notarlo! A dire il vero ultimamente questa cosa sta fortunatamente un po’ cambiando e l’uomo non sente più minacciata la sua immagine di virilità se si interessa a certi argomenti.
Detto questo… Perdere il centro di sé…

Ci si accorge di aver perso il centro di sè quando da troppo tempo non ci si immerge nel silenzio. E’ nel silenzio che i pensieri prendono forma. E’ nel silenzio che si apre lo specchio che riflette tutto quello che c’è, tutte le immagini perse di noi.

Ci viene inculcato che l’egoismo è qualcosa di negativo, che non fa parte delle brave persone. A questo rispondo reclamando l’esistenza di un sano egoismo che non deve mancare in noi stessi. E’ quello che ci apre gli occhi, è il campanello d’allarme che ci avvisa quando stiamo facendo poco o niente per noi stessi, per il nostro stare bene.

Prima della solidarietà e della propensione verso gli altri, deve esserci verso noi. Il dedicarsi totalmente all’esterno di noi stessi prima o poi ci schiaccia, è come coprire una pianta con un’ampolla di vetro: l’ossigeno si consumerà ed inevitabilmente la pianta perderà vigore e la linfa vitale verrà prosciugata.

“Ama il prossimo tuo come te stesso” è un concetto che va capito. Il “come te stesso” sottintende che, se per primo questo amore non è verso di te, non potrà di certo essere riflesso sugli altri. Come può una persona che non si ama, trasmettere amore? Come può una persona che non investe dell’energia per se stesso, averne per gli altri?
Allora dico io, conservate del sano egoismo perché questo non fa di voi delle cattive persone!

Trovate il tempo anche per incazzarvi, per dire no, per non fare nulla!

Quando qualcosa non scorre più

Lo si medita, lo si rifiuta, lo si respinge, lo si desidera, lo si teme… Quando arriva il momento in cui si ha il coraggio di fare il “giro di boa”?

Lo si vede all’orizzonte appena si insinua il pensiero che qualcosa nella tua vita non scorre.

Inutile negarlo, le cose non vanno come vorresti perchè altrimenti non sentiresti quella sensazione. Insoddisfazione…

Appena la senti imputi l’origine alla stanchezza, ad un periodo circoscritto, al ciclo! Ovviamente ci sono anche i casi in cui è effettivamente così, ma quando la cosa si fa insistente, non c’è più sabbia a sufficienza.
Ci si chiede l’origine di questa insoddisfazione, ma non si può fingere a lungo perchè la si conosce benissimo. Solitamente è una verità scomoda, che comporta una rivoluzione e le rivoluzioni necessitano di coraggio ed energia.

Proprio io che sto scrivendo, vedo quella boa e mi è diventata così familiare anche se da molto tempo cerco di ignorarla. Ho provato a nuotare nella direzione opposta e a volte sono anche riuscita a voltarmi e non vederla più, ma poi le onde mi hanno riportata sul suo raggio d’azione. Sono una vigliacca?

A 18 anni ho avuto il coraggio di andarmene di casa ed ora, 20 anni dopo, dovrei avere le spalle più larghe e l’esperienza per gestire le situazioni. Non riesco a sbloccarmi.
Sono troppo razionale? Sì. Ho perso per strada quell’incoscienza che ti porta a seguire solo quello che senti vada per te, solo per te. Quella leggerezza che mette a tacere il cervello, i sensi di colpa, i calcoli sui pro e contro.

L’altro giorno un mio amico si lamentava del fatto che fossi sparita e a questo ho risposto spiegando di essere in un momento di transizione. La sua risposta è stata breve ma rumorosa per tutte le mie paturnie…

LASCIA CHE ACCADA.

Ho fatto un sospiro da cui è uscita tutta la stanchezza dei mille ragionamenti che continuavo (e continuo) a fare. Come salire una montagna fra le intemperie e ad un certo punto fermarsi e lasciarsi cadere sulla neve allargando le braccia. Ritrovarsi sdraiati su quel manto candido e guardare per aria senza pensare a nulla se non una cosa… Fanculo. Ora sono stanca!

Sto assaporando la libertà, quella bracciata che manca per il giro di boa ma è come quando di notte sogni di dovere correre e non ci riesci. Le gambe si muovono al rallentatore e tu ti sforzi e vai in affanno. Ecco come mi sento.
Ho la consapevolezza che rischio di perdere altro tempo, altri anni in cui le cose non cambieranno e mi ritroverò nello stesso identico punto di adesso. Con la differenza che gli anni saranno di più, le forze di meno e la sensazione di essermi fatta scivolare dalle mani me stessa, sempre più amara.

Ad essere sincera mi piace il fatto di scrivere su qualcosa di irrisolto, su cui non ho consigli da esprimere. Mi riporta con i piedi per terra ricordandomi che, finchè ci siamo nel mezzo, una situazione non appare più così semplice. Quando si danno dei consigli, tante volte ci si stupisce  perchè per l’altra persona non riesce a capire che la soluzione è lì a portata di mano! Queste sono docce d’umiltà che fanno bene…

Alla fine, la domanda che mi faccio è questa… Sostengo da sempre la correttezza verso gli altri ma quella verso di me, dove cacchio sta???
La me 18enne sta scalciando e gridando… “Ti voglio bene e sbrigati a uscire da dove ti ho lasciata!”

Il buon pastore non manda al macello il proprio gregge

Ieri stavo guardando una serie televisiva ambientata perlopiù alla Casa Bianca. In questo episodio tutto ruotava attorno alla commemorazione di un attentato del 1998 in Uganda dove, l’esplosione di un ordigno, causò la morte non solo di personale statunitense ma anche civili.

La trama si sviluppava in parallelo fra una decisione che doveva prendere il Presidente ed il ricordo di un diplomatico sopravvissuto che raccontava della donna amata rimasta vittima dell’attentato. In 40 minuti di film mi sono posta degli interrogativi…

Il principale e che spesso mi sono ritrovata a fare, è molto semplice ed elementare. Gli esseri umani si rendono conto che per l’ambizione, l’orgoglio ed i capricci di una manciata di persone, sono in molti a morire? Capisco che questo ragionamento possa apparire troppo semplicistico, ma troppe volte ho l’impressione che la realtà sia lo specchio di un gregge di pecore che segue il loro pastore senza porsi nessuna domanda!

Secondo voi un buon pastore manderebbe mai al macello il proprio gregge? Secondo voi un buon pastore non dovrebbe fare quanto più in suo potere per cercare i migliori pascoli? Un buon pastore non ha come primo scopo quello di mettere in sicurezza il proprio gregge ed evitare ogni situazione di pericolo?

Il buon pastore deve meritare la fiducia del proprio gregge. Se così non dovesse essere, il gregge dovrebbe ribellarsi e dire no, smettere di seguire una figura che fa morire anche i loro piccoli.

Ecco dove risiede il potere palesemente dimenticato dell’essere umano: la facoltà di dire “no”.

Immaginate chi è al potere di una Nazione ed immaginate che decida di dichiarare guerra ad un altro Paese. Per mettere in atto questo progetto, di chi ha bisogno? Dei soldati e tutto il personale arruolato nel settore. Bene, poniamo il caso che questi ultimi dicano NO, FATTELA DA SOLO LA TUA GUERRA!

Altro esempio che potrebbe anche essere un’obiezione di quanto sopra. Una Nazione viene lacerata da una ferita come lo è un attentato. Per mettere in atto quest’ultimo abominio, vengono arruolati civili o soldati che siano. Bene, anche loro hanno la possibilità di dire NO. Altra obiezione: sono costretti a farlo perché sotto minaccia. Chi li minaccia? Scagnozzi del Potere che hanno altrettanta facoltà di rifiutarsi!

Vogliamo parlare dei due conflitti mondiali? Ragazzini di 14/15 anni che partivano a combattere una guerra di cui facilmente ignoravano persino le origini. Tutto questo per cosa? Si fidavano dei loro pastori e come loro i genitori… Entrambi separati senza la certezza di rivedersi! Agghiacciante.

L’essere umano deve imparare a riconoscere il cattivo pastore e soprattutto capire che è nelle loro facoltà decidere di non seguirlo più.

CONSAPEVOLEZZA.

Le seconde possibilità esistono ma…

Le seconde possibilità in una coppia esistono? Sì, esistono, ma l’analisi che faccio è un pò più profonda.

L’ambito sono le relazioni che finiscono ed in cui, dopo qualche tempo, si intravede un germoglio che parla di un possibile nuovo inizio. Sta accadendo a me.

La mia relazione non è finita perchè non si andasse d’accordo o perchè vi fossero sostanziali differenze caratteriali, ma per due motivi: il primo che una delle due parti non affrontava le situazioni preferendo fare finta di niente, cosa che poi ci ha veicolati e introdotto al secondo motivo. Non fare quasi più nulla assieme.

Ora veniamo al presente. Ci incontriamo nuovamente per la prima volta dopo qualche mese. Ci diciamo e raccontiamo i relativi “sospesi”, le riflessioni fatte dopo la rottura ed alcuni dei “non detti”. Il tutto scavando con prudenza nelle rispettive emotività.

Decidiamo per un secondo incontro che avviene conversando del più e del meno senza mai toccare “L’argomento”. Solitamente preferisco rimanere sul pezzo ma quella volta ci poteva anche stare una serata leggera. Una volta salita in macchina, mentre lo vedevo incamminarsi verso casa, mi è salita una gran voglia di piangere.

Il giorno seguente e anche quelli che ci separavano dal terzo incontro, non mi sentivo nè felice nè serena.

Terza uscita. Aperitivo fatto di risate e idem la cena. Spensieratezza.

I giorni successivi non mi sentivo nè felice nè serena. Ho accettato la proposta di una giornata fuori città e nemmeno in questa quarta uscita si è parlato di ciò che riguardava un noi passato, presente e/o, forse, futuro.

Alla quinta uscita ho capito che avevo la necessità di parlare perchè quel comportarsi come fossimo vecchi amici non mi piaceva o meglio, non mi faceva capire cosa stesse succedendo, quali fossero i suoi pensieri. Di amici con i quali uscire ne avevo già e per me l’ibrido di qualsiasi rapporto era solo perdita di tempo, energie ed aspettative.

Dopo avere parlato serenamente e con assoluta franchezza, ci siamo salutati. Nei giorni a seguire i messaggi che mi mandava erano sempre sul filo di due amici/compagni di giochi.

Non mi sentivo nè felice nè serena. Perchè?

Perchè chi nasce tondo non muore quadrato. Faceva finta di niente prima e lo faceva ora. La “lezione” non era servita a nulla.

Non avevo di fronte un uomo adulto prima e non lo avevo adesso. “Voleva ma non voleva” prima e lo stesso era adesso.

Non esiste un atteggiamento, un carattere, un comportamento giusto o sbagliato. Semplicemente esistono quelli che sono in linea con i nostri e ci fanno stare bene oppure no.

Intraprendendo una seconda possibilità dopo un rapporto finito, ognuno è libero ed ha gli elementi per dire “sì, grazie” oppure “no, grazie”. Questo è l’unico lusso quando non si ha nulla da perdere.