Variare sulla solita “tabella di marcia”

Ieri è passato a trovarmi in ufficio un mio carissimo amico, Lorenzo. Una marcia in più su tutto, un entusiasta, un vulcano, uno che è passato sotto un treno e ne è uscito come pochi sarebbero riusciti a fare. Un’iniezione di energia anche per me!

Lorenzo mi dice quello che pensa, mi guarda, mi conosce e può permettersi di dirmi o riprendermi. Sono felice quando lo fa perchè ogni tanto tutti avremmo bisogno di quel qualcuno che ci regala schiettezza. Lui è così.

Iniziamo a parlare del più e del meno e quando poi i racconti si fanno dettagliati sugli aspetti che in quel momento mi stanno a cuore o che mi occupano la testa, arriva la sua analisi. Discreta, puntale e vera.

E’ il punto di vista di un uomo pratico, che sa osservare e guarda a tutto con leggerezza ma senza per questo sminuirlo.

Mi ha nuovamente ripresa per la mia dedizione verso l’esterno che finisce per farmi trascurare me. Lo so, è così, ma lui ha un modo di dire le cose che mi fa riflettere.

Morale della favola, ieri sono tornata a casa e, invece di dedicarmi alla mia ora di ellittica, sono uscita e me ne sono andata in montagna a piedi. Con i miei pensieri, osservando e godendomi questa variante sulla solita tabella di marcia.

Nel rientro ho pensato alla “solita tabella di marcia”. L’errore insito che commettiamo tutti è di fare e percorrere sempre la stessa strada, le stesse abitudini. Perchè?? Per abitudine sicuramente ma forse anche perchè questo ci trasmette una sorta di sicurezza, una bolla in cui cullarci perchè sappiamo ormai esattamente cosa troviamo.

Cosa ci impedisce di apportare delle piccole modifiche, un pò alla volta? Cambiamo bar, panetteria, se il punto di arrivo è lo stesso prediamo a sinistra anzichè a destra, indossiamo l’orologio nell’altro polso, alziamo gli occhi per vedere particolari che non avevamo mai notato!

C’è bisogno di nuove energie, o meglio di un ricircolo che la staticità o ripetitività, non può darci. Non costa nulla iniziare e chissà che poi non siano le variazioni sul quotidiano a diventare abitudine!

Credo sia terapeutico per tantissime cose ed in primis per ritrovare quel brivido che tutti da bambini abbiamo provato e che si tramutava in un sorriso entusiasta… La scoperta di qualcosa di nuovo. No, il paragone non è esagerato…

Auguro a chiunque di avere o incontrare un “Lorenzo”.

Mi dice cose bellissime ma non gli credo fino in fondo

Mi ha detto e dice delle cose bellissime, che indubbiamente suscitano delle emozioni ma… Non gli credo. C’è quella parte profonda di me che non riesce a credergli.

La questione non è da quanto tempo ci frequentiamo perchè ho vissuto relazioni in cui dopo una manciata di ore, ho ascoltato parole che ho subito percepito come vere, senza dubbio e nel profondo sentivo che nascevano dalla sincerità!

Con lui non è così… Mi metto seduta e nel silenzio rivivo quegli specifici momenti pensando che la mia percezione cambi, che sparisca quella vocina. Niente, è sempre presente e non solo! Si aggiunge anche una sorta di certezza che sia un copione che si ripete.

“Tu mi sposeresti? Io ti sposerei”… Chi non avrebbe il cuore in fiamme dopo una frase così? Invece niente! Non gli credo… E’ come se mi dicesse “Tu mangeresti risotto questa sera? Io sì, lo mangerei”. Lo troverei anzi più vero!

Lo so, la spiegazione più immediata è sostenere che non sono innamorata o che non mi interessi ma non è così! Giuro che mi piace e più volte mi scopro a guardarlo con occhi languidi ma tante o tutte le cose “importanti” che mi dice non le sento vere.

E’ ammissibile o ipotizzabile proseguire in una relazione dove le cose stanno così? Lo è altrettanto pensare di poter mettere a tacere certe sensazioni e percezioni senza rischiare di annullarsi? Il punto focale e che più mi preme, è proprio questo! Rischiare di andare contro a quel legame ancestrale che ognuno ha, più o meno sviluppato, governato dall’istinto.

Non so e non credo esista una risposta esaustiva ma ne esiste una quantomeno di buon senso.

La ragione o meglio, la verità, non può essere un dato certo o dimostrabile fino in fondo ma se qualcosa “disturba” o non rende serena la nostra anima, non va bene!

Qualsiasi cosa non ci faccia “scorrere” e sentire leggeri NON VA BENE, che si tratti di amore, amicizia, lavoro, hobby…

Tutti parlano di felicità ma la felicità non può essere costante o durare immutabile del tempo. La cosa da ricercare e preservare è la SERENITA’. Qualsiasi cosa ci tolga quella sorta di pace che sentiamo dentro, NON VA BENE. Lo scrivo per dirlo anche a me stessa in questo momento in cui le mie sensazioni mi hanno parlato e mi ritrovo a dar loro ragione.

Imparare la lezione per non ripeterla

Quante volte con la bocca abbiamo detto di avere imparato la lezione? Incazzati come un puma abbiamo gridato dentro noi stessi, o anche esternato, la convinzione di avere imparato la lezione.

Invece si ripresenta e sapete il motivo?

Perchè non era affatto così. Passata l’incazzatura, passata l’amarezza, passato lo sconforto, se la situazione si ripresenta significa che la lezione non l’avevamo imparata. Questa è la sacrosanta verità e cioè che finchè non ci entra in testa, la vita ci ripresenterà la stessa situazione in un circolo vizioso che non si concluderà finchè non sarà effettivamente assimilata.

E’ così logico e sensato da rientrare in quelle cose talmente ovvie da non vederle! L’uovo di Colombo.

L’importante è capirlo si dice… Indubbiamente, ma avrei tanto voluto qualcuno che me lo rivelasse in maniera così chiara! Oppure c’è stato ma ci dovevo arrivare da sola? Fatto sta che, a 42 anni, mi trovo a piè pari in fondo al mio barile costruendo tutta una serie di nuove informazioni che diventeranno la pedana su cui salire per uscirne.

Sono esattamente le 16.04 e mi sento forte e serena in queste nuove consapevolezze ma so anche che il mio equilibrio è ancora instabile, come pensare di stare saldi su una sedia con tre gambe. Alle 16.30 sarò ancora così serena? Forse no, ma la mia forza sarà avere messo in conto anche questo.

Questa cosa è un pò come quando una volta a scuola si veniva rimandati a settembre… Ecco, la vita è come una scuola e finchè non imparerai cosa ti vuole insegnare per il tuo stare BENE, ti rimanderà a settembre. I buoni insegnanti non sono quelli che ti promuovono sempre e comunque, ma quelli che ti fanno ripetere la lezione finchè non superi l’esame.

L’atteggiamento da adottare non è quello di incolpare l’insegnante o di sentirsi la vittima, ma di intraprendere un dialogo con lui. Chiedergli i motivi e avere la pazienza di rimanere in ascolto, prepararti al fatto che quanto sentirai non sarà così piacevole. Farà male. Ma in fondo… La lezione si impara quando richiede un percorso fatto di impegno e, cosa più importante… L’impegno richiesto non sarà mai superiore alle possibilità.

So, ma più di tutto so… Mail d’amore

Questa è una mail nata stamattina (in realtà l’embrione c’era già ieri sera)

Te la scrivo pari pari, senza cambiare nulla. Non voglio cambiare nulla… Mi piaceva e mi piace così, mantenuta nel suo genuino germoglio.

Eccola…

Non mi piacciono le mezze misure, le cose che potrebbero essere ma non si sa, gli ibridi, le parole lasciate a metà, le parole non supportate dai fatti, la realtà addolcita o lasciata a libera interpretazione/intuizione.

Sono sbagliata, viziata, arrogante o tutto quello che ti pare ma… Piuttosto del poco non voglio niente, piuttosto delle parole lasciate a metà voglio il silenzio, ad una realtà addolcita preferisco una realtà sputata in tutta la sua crudezza.

Non voglio un mezzo (nome), un innesto di Fuffi, mezze convinzioni, mezze certezze, singhiozzi di te.

Sono sbagliata, viziata, arrogante o tutto quello che ti pare ma…Ho bisogno di ciò che completa: le metà, gli innesti, gli abbozzi, gli ibridi, i singhiozzi. E’ questa completezza che mi ha infiammato l’anima e se non posso riaverla e viverla, voglio saperlo.

Non me ne frega un c. di tutto ciò che è esterno, di chiarimenti legati a questo, dei minuti sprecati a parlare di quello che appartiene al passato, torti, ragioni, pensieri, dubbi.

So quello che c’è da sapere. So che a volte hai un carattere che mi fa andare in bestia, so che su certe cose sei un pignolo da paura, so che anche solo tre fili in disordine ti fanno venire l’orticaria, so che sei un testone, so che a volte sai essere il più grande t.d.c. del Pianeta

Ma so anche che sei onesto e di cuore, so che ti impegni nel lavoro e in quello che fai, so che il tuo animo è gentile, so che sei protettivo con le persone a cui tieni, so che cerchi sempre di fare la cosa giusta, so che non prevaricheresti mai le persone, so che ti sai fare rispettare se è necessario, ma più di tutto so come mi sento quando mi dai la mano, quando mi tocchi e quando le tue braccia diventano il mio castello.

Poi so che mi è piaciuto ogni singolo minuto di ogni cosa fatta con te, che sia stato l’andare in montagna come il rimanere su un divano o al tavolino di un bar mentre avveleni di tartine Doc.

So che mi piace vederti felice, so che più di una volta mi sono sentita orgogliosa, so che mi fai ridere nonostante tu non sia simpatico quanto me. So che mi scorri nelle vene.

So che ci saranno battibecchi, so che ci guarderemo di traverso, so che ci saranno reazioni da maschio e femmina “alfa”, ma ho capito e so che ci può essere anche il finimondo ed io continuerò ad amarti e tu resterai quello che mi ha infiammato l’anima.

Ecco, ho finito. Ti ho scritto tutto. Così come sono le cose.

Quando il punto di vista è diverso

Oggi ero al telefono con il mio fidanzato e mi diceva che in pausa pranzo si era messo alla ricerca di una cassa bluetooth, quelle della grandezza di un cordless che puoi collegare al cellulare per ascoltare musica o utilizzare come vivavoce in una conversazione telefonica. Ma ecco il punto.

Quest’ultima funzione la trovava la soluzione al fatto di non “appoggiarlo” sullo scolapiatti quando ci sentivamo, né farmi venire il torcicollo con il telefono appoggiato sulla spalla mentre sono intenta a fare anche altro.

La frase che mi ha detto è stata: “Vedi? Con pochi euro risolvo il “problema” di non sentire bene se mi appoggi sullo scolapiatti o di chiudere la conversazione perché stai facendo altro”.

La considerazione che ho fatto dopo che mi ha detto questa cosa, è stata che un altro poteva dire “Guarda cosa mi tocca fare per…”. La stessa identica cosa presa in due maniere totalmente opposte!

E se prima di sbuffare ci fermassimo per voltarci e osservare un diverso punto di vista? Tua moglie ti chiama per chiederti di fermarti a prendere il pane. Sbuffi non ne hai voglia. E se invece le rispondessi subito di sì? La faresti contenta pensando che marito disponibile abbia, potresti anche prendere una brioches che vi mangerete a colazione la mattina dopo e magari scopri pure che in quel panificio vendono una qualità di pane di cui non conoscevi l’esistenza e che scopri piacerti un sacco! Oppure la commessa era una tua vecchia compagna di scuola che ti farà piacere rivedere.

Tuo marito lascia in giro i calzini nonostante tu glielo abbia detto cento volte. Ti incazzi per l’ennesima volta. Per questa cosa vi regalo la tecnica che adotto io… Mettete quello che lascia in giro nella tasca di una delle giacche che abitualmente usa e quando la indosserà si accorgerà che qualcosa pesa… Vi assicuro che si farà una risata e ve la farete anche voi! Non so se poi smetterà di lasciare in giro le cose ma almeno l’incazzatura è sostituita con una risata!

Se per carattere non abbiamo da subito il punto di vista più leggero, nulla impedisce di adottare una nuova filosofia e, come per tutte le cose, quando si ha la dimostrazione che un atteggiamento nuovo porta situazioni ed emozioni positive, diventa come nello sport: più ti alleni e più diventi bravo. Più vedi che ti porta beneficio e più lo pratichi.

Le filosofie di vita non sono soggette a copyright, copiatele senza paura!

Genitori ad ogni costo. E’ giusto?

Genitori ad ogni costo… Perché?

Premetto che la mia è una semplice analisi che non intende puntare il dito contro nessuno.

Il progresso scientifico ha indubbiamente permesso di raggiungere degli obiettivi o, nel caso specifico, desideri che altrimenti non sarebbe stato possibile realizzare. Ma come per ogni cosa sono convinta si debbano rispettare dei limiti…

Un desiderio non deve sfociare in ossessione. Le ossessioni rendono ciechi e rischiano di rovinare dell’altro; mi riferisco ad esempio al rapporto di coppia. La donna è notoriamente più caparbia e rischia di coinvolgere il proprio compagno in una situazione di stress eccessivo. Mi spiego facendo un esempio.

Conosco una coppia che, come è naturale, ad un certo punto voleva completare e sigillare la loro unione con un figlio. Dopo vari tentativi questa benedizione non arrivava ed allora hanno deciso di intraprendere una strada diversa rivolgendosi a degli specialisti. Il primo step è stata una semplice cura ormonale a cui lei si è sottoposta ma non è andata a buon fine. Secondo step l’inseminazione artificiale ma purtroppo nemmeno questa ha dato il risultato sperato. Raggiunto il limite massimo di tentativi consentiti in Italia, sono volati in Spagna. Nulla di fatto.

In questo lasso di tempo sono passati attraverso sbalzi d’umore di lei a causa delle cure e momenti di profondo sconforto ad ogni tentativo fallito. Tutto questo ha inevitabilmente portato un alto livello di stress all’interno della coppia dove non c’era spazio per altro se non per quella che, sì, era ormai diventata un’ossessione che li aveva anche allontanati dal loro giro di amici perché, ad esempio, ogni volta che un’altra coppia annunciava di stare aspettando un figlio o più semplicemente parlava dei figli che già avevano, lei cadeva in una profonda crisi. Iniziarono anche le liti motivate solo dalla paura che lui l’avrebbe lasciata perché non poteva dargli un figlio e la cosa continuò così per diverso tempo finchè la rottura è inevitabilmente arrivata.

La riflessione che faccio parte da un concetto di “accettazione” e guardo indietro ricordando i miei nonni che di fronte ad eventi che non lasciavano spazio a spiegazioni razionali, accettavano quanto accaduto attribuendolo alla volontà di Dio. Non fermiamoci al puro significato religioso che è in qualsiasi caso soggettivo, ma al fatto che ad un certo punto è necessario mettere uno stop e guardare avanti. Un episodio, un accadimento o il mancato raggiungimento di uno scopo, non può e non deve annullare un individuo.

Quante donne o uomini nella storia non hanno potuto avere figli? Tutti questi mezzi che ci mettono a disposizione, non rischiano di essere a discapito della nostra serenità? Dove sta scritto che per essere delle persone complete o felici o “normali”, si deve necessariamente avere un figlio?

L’essere umano rischia di essere sempre più in preda a deliri di onnipotenza ma, per fortuna dico io, la natura ci dà una lezione di umiltà rispetto a questo.

Se un uomo non è in grado di fornire alla propria compagna i mezzi per concepire, sarà quest’ultima a decidere cosa fare. Ne ha la facoltà senza per questo sentirsi od essere colpevolizzata da qualsiasi scelta potrà fare. Se una donna viene lasciata perché non può avere dei figli, si vede che lui non era la persona giusta e anche in questo caso nessuno va colpevolizzato. Dopo qualche tempo lei incontrerà certamente un uomo a cui non interessa procreare ma con cui girerà il mondo in barca a vela!

Quello che voglio dire è che ad un certo punto bisogna fermarsi e valutare dove ci sta portando un desiderio, valutare fin dove vale la pena spingersi e, permettetemi, accertare anche che, dietro, non si celi dell’egoismo…

Se deve essere sarà e se non sarà si vede che il mio percorso è fatto di altro.

Testimoniare il segno lasciato da un’esistenza

Oggi quando sono arrivata a casa, sono come al solito salita a salutare mia madre. Ci siamo raccontate le rispettive giornate e nella sua c’è stata anche la partecipazione ad un funerale. Mi ha detto che c’erano solamente una ventina di persone.

Abitiamo in un paese e quindi una di quelle realtà in cui si presuppone vi sia ancora quel senso di comunità più intimo rispetto ad una città. Un maggiore senso di partecipazione dato dal fatto che ci si conosce un pò tutti e per questo mi ha stupito sapere che a dare l’ultimo saluto a questa signora, fossero così in pochi.

Quando mia madre mi ha raccontato questa cosa, ha detto che in quella giornata in cui era particolarmente indaffarata, ha scelto di essere comunque presente per dare testimonianza del ricordo lasciato, perchè trovava giusto e doveroso non lasciare che questo triste evento passasse in sordina agli occhi dei parenti.

Della signora che stavano salutando per l’ultima volta, aveva ricordi fatti di gesti gentili, disponibilità, cordialità ed impegno ed espresse la sua convinzione di quanto fosse importante partecipare a queste cerimonie. Il suo sguardo di disappunto misto a tristezza, mi ha fatto sentire piccola.

Anch’io ero una di quelle persone che preferiva evitare di andare ai funerali. Una di quelle che ha sempre un’ottima scusa che pulisce la coscienza.

Ho ripensato al funerale di mio padre. Ho pensato a tutte le persone presenti e quanto questo mi abbia dato conforto perchè dimostrava che non ero la sola ad essere colpita dalla sua perdita. Mi dimostrava che aveva lasciato un segno in tante persone.

Come mi sarei sentita se i presenti fossero stati pochi? Cosa penserei se al mio di funerale vedessi poche persone? Penserei di non avere trasmesso nulla di importante, di non avere lasciato traccia…

E’ una riflessione che invito a fare. Seriamente.

Ho promesso a me stessa che non troverò più scuse. Nulla deve e può essere più importante dell’aspetto umano nei rapporti. Ogni esistenza ha bisogno di una testimonianza rispetto al segno lasciato nelle persone lungo il suo cammino.

Come la scia che una lumaca lascia dietro di sè.

Sorprendere per quello che si è

Quanto tempo impieghiamo pensando a come fare per conquistare la persona che ci piace, il nostro capo, i nostri colleghi, i vicini di casa, i nostri amici…?

Avete mai pensato alle volte in cui da soli, stesi a letto o comodamente sprofondati nei divani, ci passiamo sotto i raggi X scrutando tutto ciò che secondo noi dovremmo cambiare o migliorare del nostro aspetto? Troppo grassi, troppo magri, naso piccolo, naso grosso, alti, bassi, dita magre, cicciotte, capelli dritti, ricci.

A seguire si passa al carattere. Troppo introversi, troppo estroversi, simpatici, antipatici, brillanti, timidi, diretti, accondiscendenti, tranquilli, scorbutici.

Entrambe le liste potrebbero essere quasi infinite ma una cosa accomuna entrambe. Il paragone. Tutto l’elenco è fatto di un “dovrei o vorrei essere magro come”, “simpatico come”, “tranquillo come”, “le dita come”, “i capelli come”.

L’esempio a testimonianza di questo è molto semplice. Le persone solitamente entrano dal parrucchiere dicendo di volere i capelli come quell’attore o personaggio pubblico. Stessa cosa con il chirurgo estetico: “voglio le labbra come”, “voglio il naso come”.

Partendo dal giusto presupposto che migliorare o meglio valorizzare e crescere a livello personale è un atto quasi dovuto verso se stessi, non va invece bene intraprendere questa critica verso se stessi e soprattutto se frutto di paragoni!

E’ fondamentale capire che il vero segreto, ciò che è reale e specialmente duraturo nel tempo, è SORPRENDERE PER CIO’ CHE SI E’. Impiegare il tempo a vedere difetti che in realtà sono caratteristiche, altro non fa che inaridire e rendere ciechi (oltre che perdere tempo).

Le persone che sorprenderete per come siete e per il vostro modo di essere, vi porteranno nel cuore sempre!

Ad un figlio insegnerei la cosa più preziosa per se stesso

Ad un figlio insegnerei che la libertà è la cosa più preziosa non solo da avere ma anche da regalare.

Gli insegnerei che essere liberi significa scegliere la strada che non lo renderà schiavo o debitore verso nessuno anche se, quasi sicuramente, questa sarà la meno semplice.

Essere liberi significa non accettare nulla che poi lo legherà inevitabilmente al suo “donatore”. Raggiungere gli obiettivi contando sulle proprie forze acquisirà un valore aggiunto. Se nel percorso ci sarà chi offrirà una scorciatoia, che ringrazi per l’offerta ricevuta ma prosegua dritto mettendoci anche più tempo. Di questo tempo verrà ripagato acquisendo un bagaglio personale fatto di crescita.

Essere liberi significa dare una mano con la consapevolezza che questo possa non essere ricordato. Se non siamo a questo mondo per aiutarci l’un l’altro, l’essere umano non può progredire nella sua essenza.

Essere liberi significa avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità in modo da non avere nessun rimprovero in questo senso. Questo permette di camminare a testa alta senza abbassare lo sguardo per il senso di colpa.

Essere liberi significa seguire la propria coscienza: quando nasciamo è pura e contiene già tutte le informazioni rispetto a ciò che è buono e ciò che non lo è. Ogni volta che la mettiamo a tacere per comodità, non facciamo altro che macchiarla e le cose sporche non piacciono a nessuno.

Essere liberi significa non nascondere niente a se stessi e non mentire mai a se stessi perché questo porterà la perdita della propria identità.

Essere liberi significa riconoscerne il valore e appunto per questo non è ammissibile togliere o limitare la libertà ad un’altra persona. I nostri timori non devono essere riversati sugli altri con la pretesa che debbano essere loro a placarli. Le nostre passioni non devono limitare i movimenti degli altri né tantomeno dobbiamo permettere che una persona ci si adegui.

Essere liberi significa non essere dipendenti da nulla, non farsi condizionare da elementi esterni o da ciò che qualcuno ci dice essere giusto. Un elemento materiale non rappresenta una persona perché questo lo fanno solo ed esclusivamente le azioni.

I condizionamenti sono la peggiore forma di schiavitù.

Libertà è essere curiosi verso tutto, libertà è leggere, libertà è informarsi, libertà è condividere e ascoltare idee diverse.

Libertà è trovarsi da soli e stare BENE.

Lo scarica barile è uno sport con medaglie sporche

Una cosa che mi capita spesso e purtroppo anche (o soprattutto) in ambito lavorativo, è notare quanto in troppi siano avvezzi ad allenarsi in uno sport chiamato “scarica barile”.

Vorrei tanto vedere persone che si assumono la responsabilità di quanto dicono e soprattutto degli errori che commettono. Qualcuno dovrebbe informarli che non è un qualcosa per cui si rischia la morte…

Risulta più facile scaricare le responsabilità sugli altri e, tendenzialmente, questi “altri”, sono assenti! Oppure hanno un ruolo che non permette loro di difendersi se non rischiando di rimetterci e basta.

Come si sentono questi codardi? Perché è di questo che si tratta. Si comportano come nulla fosse perché sono così allenati, da non sentire il minimo peso morale!

Perdono però qualcosa che per un essere umano dovrebbe essere più che prezioso: la credibilità.

Nel frangente specifico riescono a cavarsela lasciando intaccata l’idea di perfezione che vogliono dare ma, più perpetueranno questo atteggiamento, e più cadranno in basso. Accadrà che ad un varco li aspetterà un cassiere con un conto proporzionalmente salato.

Vi racconto cosa è successo a me.

Non posso scendere nei particolari anche se mi piacerebbe perché è stata una situazione che mi ha profondamente ferita e che ancora mi pesa dentro…

Dunque, mi accorgo che qualcosa non va in una fornitura e lo segnalo al mio capo che fa poco o niente in merito. A distanza di poco tempo, la cosa salta all’occhio di chi invece è intenzionato a fare chiarezza e infatti chiede, in sede di cda, che si proceda al più presto con l’inventario.

La persona addetta e responsabile della merce fin da subito si dimostra ostica verso questa operazione ma non riesce ad evitarla. A supporto di questa operazione, mi reco anch’io sul posto per inserire i dati nel pc.

Passato del tempo viene convocato un cda. Nel corso di quest’ultimo, quando uno dei presenti chiede conto dell’inventario, il magazziniere (che chiameremo “lo stronzo”), salta in piedi ed inizia a farneticare che io non ero autorizzata a spostarmi dall’ufficio per andare ad inserire i dati. Il mio capo (per fortuna ex), conferma questa sua versione!

Io ero ovviamente assente e sono stata informata della cosa al telefono… Per una persona che si dedica da sempre al lavoro con passione e CORRETTEZZA, sentirsi muovere un’accusa simile solo per sviare il discorso, macchiando così il lavoro e l’impegno di anni, è una sensazione indescrivibile… Mi è caduto il mondo addosso.

Mi sentivo impotente, avevo una rabbia dentro che sapevo di non potere sfogare nell’immediato.

Ho passato giorni orribili ma sono riuscita a fare mettere nero su bianco al mio ex capo che quella che aveva detto era una bugia ma… Ma purtroppo, sono in pochi quelli ad avere il quadro completo e chiaro della situazione e “lo stronzo” non ha pagato ancora abbastanza il male che ha causato.

Se avesse fin da subito ammesso di avere fatto un, chiamiamolo errore, la cosa si sarebbe chiusa lì. Invece no. E’ stato più semplice divincolarsi spostando l’attenzione con un’infamia verso di me.

Mi rendo conto di non averla ancora superata per l’impeto con cui sto scrivendo, ma prima o poi arriverà il momento in cui potrò lasciare andare questa cosa.

Comunque! Non perdiamo il filo del discorso…

Il punto è che ammettere uno sbaglio o assumersi la paternità delle parole che si sono dette, non deve e non può essere una dote in via d’estinzione.

Noto che, in ruoli di potere, la donna è maggiormente in grado di fare questa cosa rispetto all’uomo; possiede ancora una moralità o una coscienza che l’uomo ha perso per strada e probabilmente perché alle spalle ci sono centinaia di anni in cui ruoli di potere erano riservati solo a loro.

Cosa farebbero questi uomini se la vittima di questo “sport” fosse un loro figlio o nipote?

Si renderanno prima o poi conto di quanto sia meschino questo atteggiamento?

Riescono ad avere coscienza, anzi una porta sulla loro coscienza prima di aprire quella della codardia?

Questo è progresso? Beh, meglio che regrediscano un po’ e ritrovino ciò che significa essere “UOMINI E NON CAPORALI”.