E’ importante e fondamentale ascoltare se stessi

Ascoltare se stessi è importante ma non solo quale sano atteggiamento ma anche perchè non possiamo pensare che gli altri lo facciano se noi per primi non lo facciamo.

Credo che ad ognuno di noi sia capitato di lamentarsi per non essere ascoltato ma, se ci si ferma un attimo, ci si stupirà delle volte in cui non lo abbiamo fatto per primi verso noi stessi. La famosa vocina che più o meno timidamente ci arriva dall’interno.

La cosa a cui fare attenzione è di non confondere la svogliatezza con la vocina. Cose che non vorremmo fare perchè è più comodo stare sul divano, situazioni che non intendiamo affrontare per paura o perchè è più semplice nascondersi.

Questo non è ascoltare se stessi ma dare retta a tutta una serie di pensieri che nulla c’entrano.

Il momento che sto passando è fatto di una lista lunghissima di momenti in cui non mi sono ascoltata. Nella mia relazione ho cercato di mandare mille messaggi finalizzati a fare capire ciò che non andava bene, ciò che avrei voluto. La realtà è che ero io a non ascoltare ciò che avrei voluto e gli anni sono trascorsi.

Non ho voluto ascoltare quello che ad un certo punto anche il mio corpo mi comunicava. E’ arrivato il momento in cui ho avuto la febbre otto volte in un inverno. Il dolore che mi scendeva da un lato del collo non se ne voleva andare. Un’infiammazione si ripresentava nonostante mettessi in atto tutti i protocolli e cure del caso.

Il risultato del non aver ascoltato me stessa è stato l’imboccare una strada che mi stava consumando con l’aggiunta della frustrazione nel vedere che dall’altra parte certi segnali non venivano visti/ascoltati. Per forza! Ero la prima a non farlo!

Ora ho raggiunto la consapevolezza di quanto sia importante prendersi il tempo, in silenzio, di ascoltarci nel profondo. Quando non ci sentiamo sereni, è fondamentale capire cosa ci privi della serenità. Capire se la causa sia una semplice “oscillazione umorale” oppure se sia dovuta a qualcosa che facciamo ma da cui in realtà vorremmo uscire. Qualcosa da cui il nostro Essere ci dice di prendere le distanze.

L’unica persona che ci indica la via per vivere a pieno e serenamente, siano noi.

Mettere passione in tutto ciò che si fa

L’altro giorno sono andata in un negozio dove vendono i prodotti dell’annesso vecchio mulino rimesso in funzione. Gliene aveva parlato al mio fidanzato un suo collega e, sapendomi sempre alla ricerca di queste particolarità, ed ancor più se rimandano al passato, me ne ha dato sollecita informazione!

Entrata nel negozio la prima cosa che mi è arrivata è stato il profumo di cereali, di sole, di terra.

Ero già in visibilio! Mentre aspettavo che la signora dietro il banco finisse di seguire una cliente, mi sono guardata in giro.

C’erano sacconi di carta colmi di cereali di ogni tipo, dall’orzo al miglio, barattoli con semi di ogni genere… Solo con gli occhi avevo già speso 1.000,00 euro! Per fortuna prima di rimanere “in mutande” arrivò il mio turno!

La signora, preparatissima, ogni volta che le indicavo un prodotto che volevo me ne raccontava la storia, come veniva lavorato, la provenienza e me ne suggeriva cottura e ricette.

AMO, ADORO, AMMIRO, STIMO e MI ENTUSIASMO per le persone che sanno fare e fanno bene il loro lavoro! Pensiero che ovviamente ho condiviso con la signora complimentandomi con lei.

A questo punto mi racconta di essere lì solo da qualche mese e che prima, per anni, aveva lavorato in un negozio di scarpe. Ha aggiunto di essersi sempre interessata ad un certo tipo di alimentazione, ai prodotti antichi e che, quando le hanno fatto la proposta di andare a lavorare lì, ne è stata ovviamente entusiasta.

La passione del proprio lavoro. Gliela si leggeva in faccia. I suoi occhi erano luminosi mentre riempiva i sacchetti con i prodotti che le chiedevo.

Una volta uscita ho considerato quanto faccia la differenza fare un lavoro che si ama. Al di là del piacere personale, le ore in più non pesano, ti comporti come se lavorassi per te stesso, l’attenzione per i particolari è sempre attiva e… Senza perderne la sua oggettiva necessità, lo stipendio acquisisce minore importanza.

Credo sia capitato un po’ a tutti di entrare in un negozio e avere quasi la sensazione di avere fatto un torto a chi ci lavora, di sentire che da parte sua non c’è il piacere di essere lì…

Ora, lungi da me il porre giudizi di biasimo. Dietro ognuno di noi c’è una realtà che può anche essere fatta di un titolare despota o stipendi non pagati. Però, al di là di queste situazioni particolari, osservo troppe volte che la passione per il lavoro viene sempre più svilita e senza pensare sia  quello che ci permette di mangiare, vestirci e toglierci degli sfizi.

Poniamo come esempio il commesso di un negozio di alimentari con un atteggiamento disinteressato e svogliato. Il risultato sarà questo: i clienti daranno “X” possibilità finchè si rivolgeranno altrove. Gli incassi caleranno e a seguito del calo di lavoro il titolare non avrà più bisogno di un commesso…

Ora prendiamo come esempio lo stesso commesso ma interessato ed entusiasta di lavorare (NB: non necessariamente del lavoro).

Il risultato sarà questo: i clienti continueranno a servirsi da lui non mancando di dimostrare il loro apprezzamento.
Ci sarà un passaparola che porterà nuovi clienti, gli incassi aumenteranno, il titolare noterà questa cosa e non mancherà di condividerne i frutti. Se il titolare dovesse essere un idiota che finge di non accorgersi del valore del proprio dipendente, quest’ultimo non avrà problemi a trovarne uno che capirà quale enorme risorsa sarà assumerlo. Saprà anche che… I clienti lo seguiranno!

In definitiva, anche se non si avrà la fortuna della signora del Mulino, svolgere comunque il proprio lavoro mettendoci impegno e passione è un atteggiamento che alla lunga paga ma, soprattutto, APPAGA!

Non ciò che si dice ma ciò che non si dice

Ricordo quando conobbi questo ragazzo… Era un amico di una mia ex compagna di classe che mi aveva fatto un torrone su di lui per quasi due anni! Lezioni e telefonate spese in racconti di questo amore adolescenziale; confidenze, gioie e lacrime per un rapporto che a volte sembrava concretizzarsi ed altre inabissarsi. Sapevo tutto di lui, i racconti che lui le faceva, il giorno venivano condivisi con me. A volte sorridevo pensando a questo ragazzo inconsapevole dell’esistenza di qualcuno che lo conoscesse senza averlo mai incontrato!

A distanza di quasi vent’anni, conobbi finalmente quello che era stato il protagonista di infiniti discorsi. Inizialmente non sapevo se insultarlo, tanto avevo avuto la nausea di lui! Ovviamente assieme alla maturità avevo acquisito un certo savoir faire ed ho quindi accantonato l’istinto iniziale. Mi faceva anche un pò strano trovarmelo davanti!

Fatta questa premessa, dopo qualche mese in cui ci si scriveva qualche messaggio per informarci su questa amica comune che abitava all’estero da anni e che a turno andavamo a prendere in aeroporto, arriva il momento in cui queste comunicazioni diventavano più frequenti. Una sera invece, dando colpa ad un pò di alcool che gli circolava in corpo, confessa un interesse nei miei confronti. Cerco in tutti i modi di glissare la cosa ma ad un certo punto mi vedo costretta a dirgli che, in quanto amico “particolare” della mia amica, era meglio lasciare cadere il discorso.

Il discorso si ripresentava a intervalli irregolari. Una sera siamo usciti. Sì, lo confesso, aveva mosso qualcosa. Quella elegante corte, quell’educazione, determinate parole… Ci sono uscita decisa a mantenere l’innocenza della cosa. Un bacio durato ore ha macchiato l’innocenza.

Era iniziata una pseudo storia su cui incombeva la macchia di quello che per me era un tradimento. Ma non era tanto questo il problema ma piuttosto cose che non mi quadravano. Un paio di mesi e il rapporto era interrotto.

Dopo quasi un anno, riappare. Gentilmente mi dice che può rimanere un rapporto di amicizia, in fondo c’era rispetto reciproco ecc. Ok, però un’altra volta non mi freghi, ho pensato. Come no… Evidentemente ero attratta da lui più di quanto volessi ammettere.

Lo so, il racconto proietta la fantasia verso una di quelle storie difficili ed ostacolate ma che poi sfociano nella storia d’amore del secolo. Questa era la premessa per arrivare al focus di questo scritto. Eccolo:

non fate caso tanto a quello che una persona dice ma a quello che NON dice. Non a quello che fa ma a quello che NON fa.

Se una persona predica sentimenti profondi, parla di ipotetici figli belli come voi, di gesti o sforzi fatti per voi e bla bla, però… E’ in grado di rimanere una giornata intera senza farsi sentire, non risponde come ci si potrebbe aspettare ad una serie di input e altre piccole cose… Allora forse qualcosa non quadra.

L’istinto è come la pistola usata nelle competizioni per dare il via agli atleti. Se senti lo sparo parti, ma se non lo senti fermati. O quantomeno stai a guardare per un pò.

Le parole possono creare nuvole che coprono il cielo. Apritele ricordando sempre… Non quello che si dice ma quello che non si dice, non quello che si fa ma ciò che non si fa. Sia in positivo che in negativo!

La saggezza che spezza le catene del pettegolezzo

Immaginate una vecchina di quasi 98 anni. Immaginatela un giorno in cui sente le lavandaie del paese che disquisiscono circa gli atteggiamenti moralmente discutibili di questa o quest’altra donna. Immaginatela mentre risponde loro con un semplice e secco “Fa sul suo”.

Non ha aggiunto altro, solo questa lapidaria verità e se n’è andata!

Una donna che spezza la catena delle malignità i cui anelli sono da sempre perlopiù femminili… Da quella volta mi sono ripromessa una cosa che sto tuttora portando avanti. Ogni volta che mi sarei ritrovata nella stessa situazione, avrei spezzato la catena.

Perché soprattutto le donne riescono a raggiungere certi livelli di cattiveria verso le altre donne? Da cosa nasce tutto questo, in quale punto dell’evoluzione l’ingranaggio si è sporcato?

Credo che la risposta stia nell’ingranaggio della competizione… Li vedete mai quegli sguardi lanciati verso le vostre scarpe, l’abito che indossate o l’acconciatura che avete? Sono quelle occhiate furtive che piegano la bocca in una smorfia di fastidio. Sono sguardi che ti senti addosso, così carichi di brutti pensieri che gli ultimi brividi così li hai provati guardando Jack Nicholson in “Profondo rosso”!

Ci sono quelle che se li fanno scivolare addosso, che quasi provano una sorta di soddisfazione ogni volta che ne provocano uno e le invidio perché invece a me mettono a disagio!

Una volta una piccola soddisfazione me la sono presa. Ero fuori da un locale che chiacchieravo con un mio amico e ad un certo punto mi fa notare LUI che, all’interno, dall’altra parte del vetro, c’era una ragazza che mi stava fissando le scarpe… Beh, una smorfia manco avesse visto la sua migliore amica a letto con Brad Pitt! Visto che non distoglieva lo sguardo, ma soprattutto non si levava dalla faccia quell’espressione, ho dato un pugno sul vetro. Un colpo che l’ha fatta sussultare e credo che anche la mia faccia sia stata altrettanto eloquente.

Perché le donne sono le prime ad apostrofare le altre con epiteti carichi di immotivata cattiveria? Una volta ho letto un articolo in cui era stata intervistata anche Simona Ventura, la quale diceva una cosa giusta e cioè che, finchè le donne non impareranno ad essere solidali fra loro, continueranno a crearsi situazioni che danneggeranno solo la donna stessa.

Questo atteggiamento è un qualcosa di talmente insito nella donna che, confesso senza ipocrisia, a volte colpisce anche me nonostante mi sia ripromessa di non seguirlo ed anzi contrastarlo. Però è una sfida con me stessa che voglio superare. La supero ogni volta che mi complimento per un bel taglio di capelli, per l’abito che indossano e anche ogni volta che dò dei consigli su cosa secondo me le valorizzerebbe esteticamente. Mi diverte anche la loro reazione. Inizialmente anche un po’ sospettosa, ma poi capiscono le intenzioni sono sincere!

(Credo di non avere precisato che questi “consigli” e/o complimenti, li dispenso anche alle sconosciute nonostante il rischio di fare la figura della stalker!)

Una grande soddisfazione me la danno le mie amiche o conoscenti che mi chiedono un’opinione perchè sanno di ricevere la verità. In fondo è preferibile una cruda verità tipo “quel rossetto ti sta malissimo” o un subdolo “Hai comprato un rossetto nuovo”?

Tornando al punto iniziale che mi sono persa per strada, il “fa sul suo” significa che lo strumento usato per compiere le presunte immoralità (che vorrebbero tanto compiere loro), appartiene alla “peccatrice”. Non ha chiesto in prestito nulla e di conseguenza non doveva niente a nessuno e nessuno era in diritto di fare alcun tipo di commento!

Spezzate queste catene ogni volta che ne avete l’occasione perché un giorno o l’altro potreste essere voi quelle imprigionate e sapere che esiste qualcuno che lo farà per voi anche se non vi conosce, sarà di grande conforto.

Ciò che dice la gente e la sua influenza

Vi racconto una storia, un pezzo della mia storia.

Premessa: dopo un’infanzia felice, trascorsa fra giochi e scoperte, sono arrivata ai 16 anni ed ho iniziato a volere sbirciare fuori dal bozzolo. Conoscere e frequentare persone al di fuori della mia realtà di piccolo paese e confrontarmi con qualcosa che era inevitabilmente diverso. Senza malizia, senza esagerazioni. Un’adolescente.

L’adolescenza è stata la fase che, genitori fino a quel momento straordinari, non hanno saputo gestire. Non capivano la mia esigenza di uscire, di rimanere fuori oltre l’orario consentito ad una bambina.

Iniziavano a sentire nomi che non appartenevano a quella che era sempre stata la mia quotidianità. Cambiava il mio modo di parlare, di ragionare, di vestirmi.

Il cambiamento non venne compreso e li portò a porre tutta una serie di divieti e restrizioni di fronte ai quali però, le mie ali non si sono chiuse. Si sono fatte più grandi con lo scopo di rompere una gabbia ormai piccola e debole per contrastare quello che stava accadendo.

Il tracollo fu solo questione di tempo e, quando accadde, la mia consapevolezza fu di non avere scelta se non quella di andarmene. Non avere scelta per ciò che volevo io… Così, a 18 anni e mezzo, andai a vivere da sola.

Lo strappo creò dolore ed una ferita in entrambe le parti, sia in me che nei miei genitori, ma purtroppo in quel frangente non si sono fermati a chiedersi il perchè e/o cosa avesse portato a quella rottura. Ciò che poteva essere un’occasione per una crescita e una trasformazione di un rapporto non più, o non solo, genitore/bambino ma genitore/ragazza, venne sprecata.

Lo spreco fu che questa situazione non venne nemmeno vista come opportunità per una riflessione finalizzata a scoprire un rapporto nuovo. La potenziale opportunità fu offuscata da… Quello che pensava e avrebbe detto la gente.

Il loro pensiero e le loro energie vennero impiegate per superare il giudizio della gente, quel velenoso pettegolezzo di cui si sarebbe nutrita nei mesi a venire. Sostenere gli sguardi di chi li avrebbe guardati con occhi compassionevoli mentre la bava gli colava dalla bocca.

Vi siete mai chiesti quanto realmente ci influenzi ciò che dice la gente? Il timone delle nostre azioni non dovrebbe essere questo ma il nostro buonsenso, la nostra vitalità, il nostro bene. Quante volte millantiamo di fregarcene di quello che è il pensiero altrui? Balle! Ci cresciamo, ce lo inculcano, è intorno a noi ed entra nel nostro cervello riuscendo quasi a nascondersi.

Ho voluto raccontare questa storia solo per condividere quanta influenza abbia ciò che dice la gente, di quanto sarebbe utile fermarsi a pensare se agiamo in funzione di questo o no. Raccontarsi che sia facile è solo una bugia ma forse il solo capirne i benefici, è già un passo verso di… Noi?

Diego Della Valle e lo spirito imprenditoriale

L’altra sera ho visto la trasmissione di Lilli Gruber nella quale era ospite Diego Della Valle. L’argomento trattato era l’attuale situazione governativa dell’Italia.

Premetto che Della Valle ha confermato anche in questa occasione la sua competenza, il suo modo sempre elegante di esprimersi cercando di mantenersi in un territorio imparziale ed oggettivo. Cosa per cui continua a godere della mia massima stima ed ammirazione.

Le sue argomentazioni mi hanno portata a credere ancora di più in un pensiero che per me rappresenta la soluzione ai problemi del nostro Paese. Per un periodo di tempo anche limitato, creare un team di imprenditori italiani scelti fra i molti, conosciuti e non, presenti in Italia.

Come per le loro aziende, l’interesse e fine ultimo sarebbe solo ed unicamente quello di fare funzionare le cose.

Li immagino seduti ad un tavolo in cui ognuno porta la propria strategia CONFRONTANDOSI con i COLLEGHI presenti. Colleghi… Eccolo il focus…
Si riterrebbero colleghi fra di loro, marinai sulla stessa nave e non avversari per il semplice fatto di fare parte di schieramenti od idee politiche diverse.

Troppe volte mi chiedo se i politici si rendano conto che praticare questo vicendevole ostruzionismo a prescindere, non porta da nessuna parte!
Impiegare tempo ed energie finalizzandoli a cogliere in fallo l’avversario politico, è da ignoranti.

Pensare di surclassare qualcuno mettendolo in cattiva luce, è da folli perchè diventa un serpente che si morde la coda. Un boomerang che ritorna da dove è venuto ed in questo gioco, il banco annaspa. Il banco siamo noi per dio!

Sentendo parlare Della Valle, con la sua incisiva pacatezza, in me si delineava chiara l’immagine di questa, forse utopica, task force di imprenditori. Avevo una sensazione di benessere e sicurezza.

Si è ampiamente capito dall’ultimo risultato elettorale che la gente ha solo voglia di cambiare. Potrebbe anche arrivare Topolino, l’importante è che scompaia il fetore di promesse e parole trite e ritrite fatte da una classe politica non più degna, ben lontana dai Degasperi o dai Pertini. Hanno vissuto di rendita sulla credibilità creata da questi ultimi, ma negli anni si è consumata nelle trasmissioni televisive dove si sono fatti tirare torte in faccia, in salotti televisivi che diventavano pollai, in scandali e bassezze!

Anche nelle realtà più piccole, che siano imprese, associazioni di Volontariato o circoli sportivi, è necessario che alla guida vi sia una persona dotata di SPIRITO IMPRENDITORIALE. Non importa se sia laureato o meno, se sia artigiano o poeta. Se manca lo spirito imprenditoriale non ci potrà essere una direzione chiara, una visione d’insieme finalizzata a qualcosa di preciso, una capacità di comprensione ed interazione. Se il vertice non è saldo, di conseguenza tutto il resto non lo sarà; si farà strada la confusione, il dubbio e l’insicurezza.

Il pesce puzza dalla testa.

L’importanza delle parole “mamma e papà”

Qualche anno fa sentii un bambino che si rivolgeva al padre chiamandolo per nome e la cosa mi diede un senso di… Tristezza!

Ultimamente questa cosa mi capita di sentirla spessissimo e secondo me non è solo profondamente triste ma anche significativa. E’ lo specchio di come si sia sviluppato il ruolo genitoriale agli occhi dei figli. Non più una figura di riferimento a cui viene attribuito un ruolo, ma qualcosa ridotto quasi allo stato di amico o amica.

Negli anni e con il susseguirsi delle generazioni questo rapporto si è modificato. Si è passati da una condizione in cui al genitore ci si rivolgeva dandogli del “Voi”, a quella attuale in cui viene addirittura sradicato e quasi disconosciuto il loro ruolo. L’importante significato che assume nella vita di un figlio è distorto.

Il fatto che un figlio arrivi a chiamare il genitore con il proprio nome, evidenzia un rapporto che è andato oltre quello di una conquistata comunicazione/colloquio e di un’ aperta dimostrazione d’affetto. Di questa cosa si sta parlando e scrivendo sempre di più trovando quella che, secondo me, è la descrizione più azzeccata della situazione: genitori che diventano i fan dei propri figli.

Ma non è questa la considerazione che voglio fare ora. La riflessione che “chiedo” non è ai genitori, bensì ai figli dicendo questo…

Nel corso della vita ci si rivolge a più persone chiamandole “amore”, “tesoro” o altri aggettivi ma… Le parole “mamma” e “papà” si potranno dire SOLO a due persone.

Sono due parole così fondamentali perchè non chiameremo nessun altro così. Nessun altro…

Mio padre non c’è più da dieci anni ma una cosa non dimenticherò mai. Posso descrivere esattamente il momento, il luogo, i profumi e qualsiasi altro dettaglio di quanto sto per raccontare.

Un giorno mentre chiacchieravo con lui mi sono accorta di una cosa: quando lo chiamavo “papà” lo facevo scandendo bene quella parola, usando un tono particolare. Mi resi conto di questo particolare timbro che continuai inconsciamente ad usare.

Non potevo immaginare che dopo quel giorno non avrei trascorso con lui ancora molti mesi.

Sono dieci anni che pagherei per sentire la mia voce pronunciare la parola PAPA’.

Questo è il motivo che mi spinge a voler dire a tutti quei figli che chiamano i loro genitori per nome, di capire quanto siano preziose e soprattutto uniche queste due parole.

Voglio anche dire ai genitori, di non permettere ai figli di chiamarli per nome e non per una forma di autoritarismo ma perchè è doveroso trasmettere loro l’importanza che assumeranno nel tempo.

La responsabilità di un ruolo non dovrebbe essere sminuito facendosi chiamare per nome come si fa con gli amici. Il rispetto passa anche attraverso il riconoscimento di due figure che devono essere punto di riferimento.

Ciao Papà, mi manchi tantissimo.

Quando gli incontri si cercano nell’etere

Un giorno una mia amica mi parla di “Tinder” e scopro di questo sito o social network dove ci si iscrive per fare nuovi incontri.

Premetto che la mia totale “troglodicità” in ambito social, anche se la chiamerei più avversione, mi ha fatta trovare totalmente disinteressata a questa notizia.
Si sono susseguiti mesi in cui mi mandava i risultati delle sue ricerche. Ricevevo foto dove sotto veniva indicato anche a quanti km di distanza di trovasse il papabile principe azzurro! Ad ogni foto mi chiedevo quello che mi sono sempre chiesta le volte che incappavo in certe trasmissioni che avevano come scopo quello di creare una nuova coppia… Ma un uomo, o un donna, di aspetto oggettivamente piacevole, con un lavoro interessante, interessi pazzeschi che vanno a braccetto con un carattere socievole, tranquillo, onesto ed esuberante anche se purtroppo macchiato solo da gravi ed inaccettabili difetti quali ritardite, disordinite o un’unghia incarnita… Che cacchio di bisogno ha di ricorrere ad un aiuto per trovare qualcuno???

L’apoteosi delle risate l’ho raggiunta quando mi manda la foto di uno di nome Javier. Nei messaggi successivi,  in cui mi scriveva il resto delle interessantissime informazioni che lo riguardavano, si rivolgeva a lui chiamandolo Marco. Alchè le rispondo se mi stesse parlando di due persone diverse. La pronta risposta è stata che no, era la stessa persona ma si faceva chiamare Javier.
Il beneficio del dubbio l’ho dato presupponnendo si trattasse di un artista, perché in questo caso avrebbe anche avuto senso. Negativo. Trattavasi proprio di uno scemo che si era auto-battezzato con un altro nome!

Oh my Gad…

Confermando che con gli amici la diplomazia non è il mio forte, non manco di fare il commento di cui sopra chiedendole se era scema lei a prendere appuntamento con uno che si era cambiato il nome senza un reale motivo. E’ stata scema.

Il giorno successivo l’appuntamento mi descrive delle scene da psicodramma. Dopo un piacevole aperitivo, passeggiata, scambio di baci ed effusioni varie, lei gli ha detto di dover rientrare a casa perché la mattina dopo si doveva alzare presto… Bene, il finto Javier si è messo a rimproverarla di non poter fare finire la serata così asserendo fosse irrispettoso!!! Confesso di essere scoppiata a ridere immaginandomi la scena!

Dopo qualche tempo arriva una new entry… Non ricordo il nome… Pilota di aerei. Appuntamento, aperitivo, cena, passeggiata, notte.

Messaggio audio del giorno successivo in cui una voce squillante descriveva una notte fantastica con un uomo che le chiedeva dove si fosse nascosta tutto quel tempo, che si stava già innamorando ecc. Credo mancassero solo i nomi dei figli!
Tre giorni di idillio e poi… Altro audio ma stavolta ansiolitico/nervoso in cui mi raccontava che lui si era tirato indietro sollevando tutta una serie di dubbi (scuse ndr).

Le ho raccomandato e l’ho pregata di non contattarlo perché non doveva elemosinare qualcosa che lui non voleva o poteva più offrirle. Le ho detto di chiudere tutto in un cassetto e di conservarne ciò che voleva e che se si fosse rifatto vivo poteva decidere più lucidamente cosa fare. Non ho aggiunto che forse era il caso di smettere con questi incontri che non sono un salto nel buio ma, per la maggiore, un suicidio emozionale!

Se fosse incappata nel profilo di un idraulico che mostra fiero la pancia, con la maglietta di Supermario e un sorriso simpatico? Con quello valeva la pena uscire! Uno la cui prima impressione è di una persona “pane al pane, vino al vino”.

Se avesse trovato un uomo che si descriveva dicendo di non leggere un libro da dieci anni e che il modello di jeans più figo restano i Levi’s 501 perché quando ti pieghi non si vede il sedere… Ecco, con uno così il tempo sarebbe stato ben investito!!!

Gli incontri giusti che l’Universo ha programmato per ognuno, accadono! Poi chiaro che se una persona si chiude in casa a sfogliare siti di incontri, all’Universo non resta che alzare bandiera bianca scuotendo la testa affranto!

L’etere è veloce e ingannevole, non è meglio la realtà anche se ci vuole pazienza e fiducia?

L’intelligenza delle donne di una volta

La condizione in cui la donna è stata considerata un passo indietro rispetto all’uomo, nasconde le proprie radici in un errore di traduzione. Nel passo della Bibbia in cui veniva descritta la volontà di Dio di mettere al fianco di Adamo una compagna, la traduzione è stata: “la donna come AIUTO dell’uomo”. In realtà la trasposizione esatta era “ALLEATA” e non “aiuto”.
Ora capite che la differenza è sostanziale ma… Nel corso del tempo la donna ha capito di avere un’arma chiamata “illusione”. Dare l’illusione all’uomo di prendere le decisioni in autonomia mentre nella realtà c’erano loro in cabina di regia!

Ecco l’intelligenza delle nostre nonne, bisnonne, antenate. Questo è ciò che la donna sta perdendo.

Il femminismo ha portato a tantissime conquiste positive ma, come per ogni cosa, l’esasperazione porta a situazioni che ci si ritorcono contro.
La verità è che l’uomo ha bisogno di avere i pantaloni. Togliere loro questa condizione li rende nudi e consuma quel testosterone che, parliamoci chiaro, alla fine è proprio ciò che piace a noi donne!
Davvero vogliamo un uomo assoggettato ai nostri capricci? E’ così inevitabile mettere in chiaro ogni giorno che lo scettro è nostro? Vogliamo per forza un uomo che dica sempre sì, che assecondi ogni cosa, che sia sempre sulla linea d’onda dei nostri criteri mentali?

Diciamocelo con sincerità… Alla lunga ci stufiamo.

La donna deve indossare la gonna della femminilità, dell’elegante sensualità, della sensibilità e dell’intelligenza. L’unico sarto in grado di farci indossare questo capo, è un uomo sicuro della propria essenza, di quella forza che fa sentire protetta la propria compagna (anche se sa difendersi benissimo da sola), della stima che può suscitare ma… Se questo viene a mancare, cosa resta?

Mi guardo attorno, osservo, ascolto racconti di vita vissuta. Tutto questo lo stiamo consumando proprio noi donne… La sensualità viene brutalmente distorta con qualcosa che in realtà è sessualità vista come unica arma di conquista; così aggressiva, così poco femminile da soffocare la dolcezza persa in una trasfusione contraria.

Questo ha modificato anche l’atteggiamento dell’uomo che non vede più la donna come un essere delicato. Che bisogno c’è di sbattergli in faccia che in realtà siamo più forti di loro? Lo sanno! Nel fondo di loro lo sanno perché hanno visto le loro madri, le loro nonne e conoscono quanta forza può avere una donna. Vederselo palesato non fa altro che creare nodi e non legami.

Bukowski diceva di essere stanco di vedere “facce femminili ritoccate, tette strabordanti ecc.” ma di voler vedere “donne con la loro femminilità nei gesti morbidi e gentili…. Compagne e amiche dell’uomo, libere e sincere. Vere” (In questo passo cita donne succubi dell’uomo ma questo è un altro argomento su cui voglio scrivere).
Questo pazzo uomo AMAVA la donna e per questo soffriva nel vedere la trasformazione messa in atto proprio da loro e allora dico, perché non fermarci? Perché non considerare il fatto che le donne del passato non fossero delle povere disgraziate o sottomesse? Dietro c’era l’intelligenza di riuscire a far capire, senza il suono della voce e senza l’urlo dei gesti, quale ruolo fondamentale avessero.

Ovviamente quanto ho scritto riguarda solo uno degli aspetti del mondo femminile dove troviamo anche situazioni ben diverse e su cui non mancherò di scrivere.

Attualmente mi trovo tante volte a vedere giovani donne che crescono con un’idea distorta dell’immagine che è conveniente dare, degli atteggiamenti che le portano ad essere meglio accettate o considerate. Quando mi trovo davanti agli occhi tutto questo, mi sento triste, vorrei una resurrezione temporanea di donne come Rita Levi Montalcini…

La responsabilità principale di tutto questo? La televisione e con gli anni tutti i suoi fratelli minori.
Karl R. Popper scrisse un saggio intitolato “Cattiva maestra televisione”. Quale epiteto migliore verso uno strumento che ora più che mai bombarda di immagini che inducono una ragazzina che sta crescendo a pensare che la vera arma di seduzione sia la fisicità? Che va bene esporre la propria sfera intima in pubblica piazza senza il minimo pudore, come fosse qualcosa di normale. La televisione è uno strumento dove prendono fiato bocche che non danno il minimo peso alle parole che escono, un ipnotizzatore sociale atto a convincere che la realtà è una soap opera dove i capelli sono sempre perfetti, dove l’assenza di addominali appartiene agli sfigati e permettersi di aggredire una persona è da vincenti!!!

Donne… Scendiamo da questo Pianeta perché di questo passo creeremo una ragnatela fatta di pugni di mosche!

Usare la nostra volontà per forzare le cose

Cito testualmente dal libro L’addestramento della dea guerriera: “… cerchiamo di usare la nostra volontà per costringere le cose ad accadere nel modo in cui noi pensiamo debbano accadere”. Cavolo… Quante volte lo avevo fatto anch’io? Sistematicamente.

Sono uscita tre mesi fa da una relazione lunga otto anni e quando ho letto questa frase mi sono bloccata e l’ho riletta. Lo avevo fatto per otto anni. Volevo assolutamente che questa relazione andasse avanti quando invece avrei dovuto finirla già dopo poche settimane.

Per tutta una serie di motivi che vanno dall’essere uscita da una precedente relazione complicata, al conseguente desiderio di qualcosa di “normale”, ho usato la mia volontà per fare in modo che la relazione andasse avanti quando invece non sarei dovuta andare oltre il mese.

E’ incredibile pensare quanto la nostra volontà possa esserci alleata e quanto invece nemica se messa in atto senza ascoltare ciò che il nostro intimo tenta di dirci. Intestardirsi e applicarsi per portare avanti un progetto va bene, ma è fondamentale tenere presente chi o cosa coinvolgiamo. Andare avanti a testa bassa prendendo quello che ci si para davanti rischia di portarci ad una lenta morte energetica. Fidatevi di chi parla per esperienza.

Io mi sono ritrovata dopo otto anni davanti ad un palazzo collassato. Senza più energie, usando le ultime per scavare nelle macerie tentando di trovare qualcosa… Ma sotto le macerie ci sono solo macerie. L’unica cosa da fare è chiudere il cantiere, prendere atto ed IMPARARE.

Tutto deve fluire. Il fiume arriva sempre dove deve arrivare ed ho capito che tentare di deviarne il corso è oltremodo stupido. Controllare gli eventi, perchè alla fine è di questo che si tratta, è solo una perdita di tempo. Portando il mio esempio, una cosa che nel profondo sapevo di non dover portare avanti, alla fine si è conclusa ugualmente ma con la differenza che non posso risalire il fiume e riavere otto anni di vita.